Al Ula Nel nome di Thierry Sabine. I concorrenti sono partiti alla volta di un anello di 422 km intorno ad Al Ula, patrimonio dell'Umanità per le bellissime formazioni montagnose ed il sito archeologico di Hegra, nota per le sue tombe nabatee scolpite nella roccia, cugine della più famosa Petra, in Giordania, situata solo 500 km a nord. Non essendoci macchine media a disposizione, ho indugiato nella tenda un po' di più e mi sono recata a colazione dove ho scorso Jacky Ickx e signora. Jacky, 81 anni il primo gennaio, mi ha subito invitata ad unirmi a loro. È sempre affascinante parlare con una leggenda. I suoi racconti portano subito in Africa, alle origini di questo rally che ha cambiato più volte pelle, ma non il fascino. "Sabine era un leader. Si comportava come un grande generale e noi eravamo la sua truppa di avventurieri. Indossava una giacca bianca da aviatore" ricorda. Sabine, visionario padre della Dakar, venne soprannominato dalla carovana dio, "perché sorvegliava la corsa dall'alto del suo elicottero bianco e portava la barba", mi raccontò un giorno Hubert Auriol, partito ragazzo e tornato uomo da quella prima Dakar del '78.
Sabine, morto in elicottero seguendo la Dakar '86, "ha cambiato la vita di tantissima gente", continua Ickx. "La Parigi-Dakar è sempre stata un sogno: una sfida incredibile per chi la vive, irraggiungibile per chi resta a casa. Ma è molto, molto di più. Thierry ha insegnato ad alzare lo sguardo, a vedere le persone dimenticate. Se sei capace di vedere gli invisibili, percepisci che c'è un mondo più grande oltre i binari prestabiliti. La vita è molto di più. Nel deserto del Teneré era evidente. Abbiamo passato nottate e mangiato sabbia.
Se uno volava alto, beh la durezza della corsa lo riportava con i piedi per terra. Non potevi più ingannare te stesso". 3ª TAPPA Nelle auto 1°lo statunitense Guthrie (Ford) in vetta anche alla generale. Nelle moto vittoria Honda con lo spagnolo Schareina (generale, 1° l'australiano Sanders).