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"Non esulto mai, io amo sentire. Contano gli amici, non le vittorie. E io ne ho perso uno caro"

La speranza del biathlon italiano Tommaso Giacomel si racconta tra famiglia, obiettivi e il dramma del norvegese Bakken

"Non esulto mai, io amo sentire. Contano gli amici, non le vittorie. E io ne ho perso uno caro"
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Non sorride quasi mai. Quando vince, piange. Tommaso Giacomel è l'antitesi dell'atleta da copertina, ma è il volto più credibile del biathlon maschile italiano. Freddo al poligono, feroce sugli sci, allergico ai riflettori. Lo incontriamo nel momento in cui è diventato grande.

Tommaso, la sua prima vittoria in Coppa del Mondo ottenuta un anno fa non è stata gioia, ma un pianto. Perché?

"Sportivamente ero al massimo, ma umanamente stavo malissimo. Pochi giorni dopo avrei perso mia nonna. Aveva 70 anni, era malata terminale. Dentro avevo un groviglio di emozioni impossibile da sciogliere".

La chiamano "quello che non sorride mai". Si riconosce nella definizione?

"Non è che non sappia sorridere. È che vivo tutto in modo molto profondo. Quando succede qualcosa di importante, non mi viene da esultare, mi viene da sentire".

Nonna Maria Grazia che ruolo ha avuto nella sua carriera?

"Non mi ha spinto verso il biathlon, ma è stata la mia tifosa numero uno, mi seguiva sempre. Sono riuscito a vederla un'ultima volta prima che morisse. E ha fatto in tempo a vedermi vincere".

Una vittoria che è arrivata mentre perdeva un altro familiare, dopo suo zio l'anno prima. Quanto pesa questo nello sport di alto livello?

"Tantissimo. Lo sport ti dà tanto, ma non ti protegge dal dolore. Devi convivere con entrambe le cose".

E a proposito: la famiglia del biathlon a fine dicembre ha pianto la scomparsa del norvegese Bakken, morto improvvisamente con indosso la maschera ipossica. Che colpo è stato?

"Devastante. Ho sempre detto che la cosa più importante di questo viaggio non sono le vittorie, ma le persone incontrate. Sivert era diventato uno dei miei migliori amici".

Cosa vi univa?

"Il sogno. Volevamo essere tra i più forti al mondo. Ridevamo, soffrivamo, lavoravamo per quello".

Come si va avanti dopo una perdita così?

"Portandolo con me. In ogni gara, ma anche nella vita di tutti i giorni. Avrà sempre un posto speciale nel mio cuore".

La Norvegia non può contare più sui fratelli Boe, Johannes e Tarjei. Cambia qualcosa?

"Nei risultati, non tantissimo. Ha un ricambio incredibile, così come la Francia".

Dorothea Wierer ha detto che lei è così bravo da non aver bisogno di consigli.

"I consigli possono fare bene. A volte serve il silenzio, che io amo molto. Altre volte serve la parola giusta, detta dalla persona giusta".

Lei è la speranza del biathlon italiano che cerca il primo oro olimpico. Le pesa questa etichetta?

"Le etichette scivolano. Quello che conta è restare fedele a me stesso. Anche senza sorridere".

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