Peirò, il levriero che non giocava sempre

Coi nerazzurri vinse tutto, ma in campionato restava fuori per Suarez e Jair

Ottantaquattro anni, una vita e una carriera raccolti in 5 secondi, la sera del 12 di maggio del Sessantacinque, stadio di San Siro, Inter-Liverpool, semifinale di coppa dei campioni, rimessa laterale di Corso, colpo di testa di Peirò, palla a Mazzola che rilancia perfettamente lo spagnolo, Joaquin entra in contatto con il portiere Lawrence che, in uscita, lo spintona a terra. Peirò si rialza, attende, come un rapinatore, un levriero dicevano a Madrid, che l'inglese faccia rimbalzare il pallone, una, due volte, alla terza, gli spunta di fianco, gli ruba la palla con il sinistro e di interno destro, a giro, la calcia in porta. Rivolta inutile dei rossi di Liverpool, l'arbitro Ortiz de Mendebille, compatriota di Joaquin e di Luis Suarez, rimette la palla al centro, gol e basta. Se ne è andata ieri mattina un'altra fetta grande del calcio nerazzurro e non soltanto. Joaquin Peirò, l'ala infernale come lo chiamavano in Spagna, aveva legato il suo cognome a quello scippo magistrale. Ma il suo football era anche dribbling secco e tiro astuto. Si era rivelato prima al Murcia, poi, come leggenda, all'Atletico di Madrid, conquistando la coppa delle coppe nella doppia finale contro la Fiorentina, segnando in entrambe. Il Torino lo pagò 250 milioni di lire. In granata Joaquin restò una sola stagione. Lo agganciò Italo Allodi e incominciò la grande avventura all'Inter di Moratti ed Herrera, una coppa dei campioni, due scudetti, due coppe intercontinentali.

Aveva un solo difetto, Joaquin: era educato, molto, forse troppo, nulla aveva dello spagnolo da corrida, provocatore e irritante, era un professionista silenzioso, l'epoca non prevedeva l'impiego disordinato degli stranieri ma limitava l'uso a due per formazione in campionato, dunque lui in tribuna per lasciare il posto a Suarez e Jair. Ma in coppa il trio era completo e vincente. Fu così prima di una crisi che gli suggerì di spedire moglie e figlia in Spagna, il ruolo di riserva lo deprimeva, Herrera e Allodi gli fecero cambiare idea, arrivò il secondo scudetto e poi ci fù la Roma, ancora con Herrera, finalmente titolare, gol e fascia di capitano e la coppa Italia. Arrivò la semifinale di coppa delle coppe contro il Gornik, pari all'andata e nel ritorno a Katowice, spareggio sul neutro a Strasburgo, ancora pari, supplementari, niente rigori, monetina, Joaquin da sempre sceglieva «testa», così avrebbe fatto quella sera francese ma Herrera strillò «cruz» croce. Peirò fu costretto a cambiare scelta, la monetina cadde sul prato, «testa». Vinse il Gornik. Aveva occhi malinconici, Peirò, anche la voce sembrava un sussurro, al telefono, qualche tempo fa, quando aveva risposto, sorpreso, come sempre, con quel tono garbato, quasi scusandosi di avere dimenticato qualche parola di italiano ma non la memoria dolce di un Paese che gli aveva regalato gloria, denari e quella notte milanese di maggio. Hasta siempre Joaquin.

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