"Siiii!", e se lo scrive lui sulla telecamera chi potrebbe dargli torto? Quattordici minuti, diciannove punti: Medvedev è battuto, la nottata è passata. "Per la verità non ho dormito molto".
Qui si fa la storia (di Roma): Jannik Sinner torna sul luogo del delitto, dopo due giorni di passione per un lieto fine. Da finale a finale, in dodici mesi il delirio è sempre più arancione ("l'anno scorso contro Alcaraz non è andata bene, vediamo"), compresa la bolgia giusto fuori dal Foro: chi aveva comprato il biglietto per venerdì pretendeva di rientrare per vedere come sarebbe andata a finire (ma aveva diritto solo a quella sessione serale, che si acquista a scatola chiusa), quelli capitati ieri per la finale femminile hanno vinto alla lotteria del destino. D'altronde è tennis, ci vuole anche fortuna.
Torniamo alla nottata: quando è arrivata la pioggia Sinner aveva già recuperato da quel solito malessere che parte dal corpo e arriva alla testa. Roba da perfezionisti, insomma, e d'altronde su questo si basa il suo successo oltre al talento. Medvedev, come sempre, non l'ha mandata a dire: "Dovrebbero multarlo: nel terzo set ha chiesto tre minuti di stop per un crampo e il regolamento non lo consente". Per Amelie Tourte, il giudice di sedia, era invece un problema muscolare, il confine è sottile, "e allora dovrebbero cambiare la norme e così si risolve il problema", ha concluso il russo. E poi, comunque, un aiutino a un italiano non è uno scandalo (si è visto di peggio, da altre parti). Ieri poi, è tornato uno sprazzo di sole: si ripartiva dal 2-4 e vantaggio - visto dalla parte di Medvedev -, si è giocato sul filo d'ansia. Jannik ha avuto due match point sul 5-3 e ha realizzato il terzo sul suo servizio per il 6-2, 5-7, 6-4 definitivo. E stato il miglior Sinner? Non ancora, ma come detto l'obiettivo è Parigi. E se non ci fosse il cinquantesimo dall'anno di grazia Panatta, forse in quella nottata insonne sarebbero state fatte altre scelte. Anche se Jannik, ovviamente, non lo dice in conferenza stampa: "Cosa è successo ieri? Non riesco a rispondere a questa domanda". Che poi sarebbe un non posso o un non voglio, eppure una spiegazione bisognerà pur trovarla, visto che poi le voci in spogliatoio, e non solo, girano: "L'esperienza mi ha aiutato: più vai avanti con gli anni e più conosci il tuo corpo, sai quali misure prendere per restare tranquillo. Non tutte le partite si può essere al 100%, adesso cerchiamo di essere pronti per la finale". Al plurale, perché il team viene prima di tutto.
Per cui eccoci ad oggi. Alle 14 Vavassori e Bolelli si giocheranno il titolo di doppio contro Granoller-Zeballos, poi la grande finale alle 17 (Sky) contro Casper Ruud sotto gli occhi di Re Adriano e del presidente Mattarella: "Sarà bello averlo: quando l'ho incontrato al Quirinale ero molto nervoso, sarà un momento molto speciale". Intanto il suo avversario ieri ha potuto riposare: "Mi piacerebbe essere come Jannik ha detto il norvegese -.
Ma non ho le sue qualità". Diciamolo, zitto zitto sta preparando il trappolone: ma che ne sa lui della storia di Roma. Nella finale donne successo, il terzo a Roma, dell'ucraina Svitolina sulla statunitense Gauff per 6-4, 6-7 (3), 6-2.