La storia e la panchina. Gli esorcismi di Mancini ai diavoli rossi di Lukaku

Il recupero del capitano per limitare l'interista. E la voglia di lanciare Locatelli, Chiesa e Pessina

La storia e la panchina. Gli esorcismi di Mancini ai diavoli rossi di Lukaku

Dalle nostre parti c'è un virus, retaggio del provincialismo d'antan, anche un po' volgare, che accompagna gli azzurri alla prossima sfida col Belgio. Nelle chiacchiere da bar e sui social raccontano e scrivono apertamente: speriamo non ci siano Hazard e De Bruyne, usciti malconci dall'ottavo con il Portogallo. Speriamo proprio di no, invece. E non solo per mettere alla berlina questo spirito anti-sportivo ma perché nella realtà potrebbe risultare utile esattamente il contrario, e cioè un contributo ridotto dei due più geniali rivali del Belgio recuperati e non al meglio della condizione. Questa premessa ci conduce all'ultimo precedente - stesso torneo datato 2016, stessa maglia (bianca allora come venerdì) - partita inaugurale del girone, 13 giugno, a Lione - vinto dagli azzurri del ct Antonio Conte (2-0), marcatori Giaccherini e Pellè.

E qui spuntano un bel po' di riflessioni. La prima: quella nazionale aveva una cifra tecnica molto povera, puntava tutto sulla corsa, sull'organizzazione tattica e sulla dedizione dei tanti gregari, da Giaccherini a Darmian, davanti un attacco improbabile (Eder più Pellè). Di quel gruppo, tra titolari e panchina, sono presenti oggi soltanto in 6 (Bonucci, Chiellini, Sirigu, Florenzi, Bernardeschi e Insigne) più il team manager Lele Oriali. La seconda, ancora più importante, è la seguente: il Belgio di oggi è quasi identico a quello di ieri, con tutti i suoi protagonisti più noti, da De Bruyne appunto a Lukaku, da Witsel a Courtois e Hazard, solo Nainggolan è uscito dal giro.

La morale della rievocazione è una soltanto: quest'Italia di Mancini, più giovane, più dotata di talento, uscita dalla sfida con l'Austria grazie alla marcia innestata durante i supplementari dalla panchina, non deve tradire alcun complesso. Anzi forse è il caso d'indovinare in anticipo, le scelte che il ct Mancini si appresta a fare per venerdì sera a Monaco di Baviera. È possibile infatti che colga lo spunto finale degli ottavi per ripartire con lo stesso schieramento utilizzato a Londra. E cioè con Locatelli-Pessina il braccio armato di Jorginho a centrocampo, con Chiesa e Belotti sostituti preziosi di Berardi e Immobile. L'unico dubbio, da coltivare fino a qualche ora prima, può e deve riguardare la figura del secondo centrale di difesa. Chiellini sta provando il recupero: è il secondino adatto per frenare la potenza travolgente di Lukaku. I due si conoscono e si rispettano, alle spalle una bella striscia di duelli rusticani tra campionato e coppa Italia, finiti con opposti risultati. Nelle mischie in area s'intrecciano spesso come polipi e a giudicare dal metro utilizzato fin qui dagli arbitri, qualche rischio si corre. Nel caso Chiellini non fosse abile e arruolabile, allora la scelta - per la stazza - ricadrebbe su Acerbi a meno di una tentazione diabolica. Quella cioè di puntare su Bastoni, suo sodale nell'Inter che ne conosce ogni mossa, persino qualche debolezza. Qui può risultare decisiva la chiave di lettura psicologica di Mancini. Anche se alla fine, il segreto, per limitare Lukaku è uno soltanto: non spalancargli le praterie e non stargli appiccicato quando è spalle alla porta in area di rigore. Perché in quella condizione geografica è un fulmine nel girarsi e calciare di destro o sinistro, la potenza è identica.

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