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Superbowl, i giganti del football americano nel pugno del Signore dell'Anello

I diamanti? Non sono roba da ragazze, ma il simbolo della vittoria nella finalissima della Nfl che la prima domenica di febbraio mette di fronte per l'edizione numero 47 San Francisco 49ers e Baltimore Ravens

Chris Culliver dei San Francisco 49ers
Chris Culliver dei San Francisco 49ers

Bello, ricchissimo, esibizionista, maledetto. Anche un uomo può perdere la testa per un anello, anche un duro può fare follie per averlo, più prezioso di una fede nuziale, più importante di una corona.
I «Superbowl Rings«, gli anelli che premiano i re del football americano, sono qualcosa di più di una ciliegina sulla torta: sono «il simbolo di ciò che sei e di ciò che sei diventato«, dice Drew Brees il quaterback dei New Orleans Saints che tre anni fa portò in dono il suo e quello dei suoi alla città cancellata da Katrina, che non aveva più niente se non una squadra senza stadio, una regina senza regno. Anche quest'anno, prima domenica di febbraio, giusto al Mercedes-Benz Superdome di New Orleans, Superbowl XLVII, finalissima del campionato, San Francisco 49ers contro Baltimore Ravens, si consumerà il rito della Vittoria e si farà la volontà del Signore degli Anelli. Sono più o meno 150, 5mila dollari ciascuno, premiano sia chi vince sia chi perde, giocatori, cheerleader e dirigenti assortiti, sacerdoti compresi. Monsignor Peter Armstrong, cappellano dei San Francisco 49ers per esempio ne ha portati a casa già cinque, ringraziando sempre il Signore. Uno, tutto suo, se l'è guadagnato anche un neurologo di Hattiesburg in Mississippi, Christopher S. Lynn che lo ha vinto certo, ma alla lotteria messa in piedi per raccogliere fondi per ripulire il Golfo del Messico dalla marea nera. Meritato comunque più di quelli di Tyrone Williams, l'unico ad averne vinti due con Dallas senza aver mai giocato una partita.
Sono in oro giallo o bianco con diamanti, ogni squadra se lo inventa come gli pare; ci vuole almeno un mese per decidere il disegno e definire il progetto. Per alcuni il più bello è quello dei Saints 2010, un giglio immerso in una cascata di diamanti, per altri quello dei Giants 1987, con il Lombardi Trophy su sfondo blu. L'anello più grande ce l'ha William «Frigorifero» Perry, dei Chicago Bears, grande come mezzo dollaro, fatto su misura per un extralarge di 180 chili come lui; quello con più diamanti, 124, è quello dei Patriots 2005; quello che ne ha di più, sette, è Neal Dahlen, cinque con San Francisco e due con Denver, sempre da dirigente. Li ha consegnati tutti a una cassetta di sicurezza della banca, tiene di più al suo vecchio orologio Citizen finto oro rimediato a un'asta di oggetti smarriti della scuola: «Troppo grandi e pacchiani per andarci a messa. Ma almeno faranno la fortuna dei miei nipoti...».
Vistosi, esagerati, tamarri, ma irresistibili. Se ne è accorto anche Vladimir Putin quando Robert Krafts, proprietario dei New England Patriots, ospite del Cremlino con il gotha dell'economia americana, gli ha fatto vedere il suo, proprio quello da 124 diamanti, per farsi bello. Lo zar dopo averlo provato e riprovato se l'è messo in tasca ed è andato via, pensando fosse un regalo. Krafts ha dovuto farselo rifare, perché a chiederlo indietro all'ex capo del Kgb si rischiava quasi la guerra fredda.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Puoi vincere un Superbowl ma non battere il destino. Molti di quegli anelli non ce li ha più chi li ha vinti. Venduti. Ti vanno male gli affari, la salute si complica, fai debiti di gioco, i divorzi costano, per qualcuno c'è la droga. E l'anello diventa una ciambella, l'unica che ti può salvare. Tre anelli dei Raiders sono andati all'asta per 96mila dollari, due degli Steelers, 32mila dollari l'uno, sono stati aggiudicati su ebay. L'anno scorso il figlio di Lawrence Taylor, il Thiago Silva dei New York Giants, ha venduto, a sua insaputa, l'anello del padre, per 250mila dollari, Fuzzy Thurston ne ha voluti 50mila per far fronte a un milione e mezzo di tasse arretrate, Elijah Pitts si è accontentato di 30mila, ma prima ha sostituito i diamanti con fondi di bottiglia. Poi ci sono i buoni. Il safety dei Patriots Je'Rod Cherry lo ha ceduto per aiutare alcune onlus che lavorano per l'infanzia abbandonata, il tight end dei Denver Broncos Shannon Sharpe lo ha regalato al fratello Sterling che ha avuto la carriera stroncata da un infortunio di gioco, i Saints ne fecero uno su misura, 14 carati, 60 diamanti, per Steve Gleason colpito dalla Sla: «Perché tu sei un esempio di coraggio per tutti noi».
Gli anelli vivono a volte di vita propria, seguono sentieri misteriosi come i messaggi in bottiglia. John Schmitt, New York Jets, il suo lo ha ritrovato quarant'anni dopo averlo perduto facendo surf sulle acque di Waikiki, anno 1971. Non se lo toglieva mai «ma come facevo a sapere che dopo cinque ore d'acqua le dita si restringono?...» Era quasi annegato per cercare di recuperarlo. Lo ritrovò invece un bagnino, John Ernstberg, i suoi nipoti Cindy e Samuel, ereditato l'anello, ritrovarono invece Schmitt e glielo restituirono, rinunciando ad almeno 12mila dollari. Un anello dei Green Bay Packers, senza nome come un infiltrato, ha tradito un trafficante messicano facendo scoprire all'Antidroga americano un carico di cocaina, armi e denaro. Anche Perry il «Frigorifero» ha rinunciato al suo gigantesco brillante. Lo ha comprato un ragazzino di Pittsburgh, Cliff Forrest jr, 10 anni: per esaudire il suo sogno aveva consegnato al venditore, un pizzaiolo di New York, tutti gli 8.500 dollari che servivano per iscriverlo al College.

Fino a quando non ha scoperto perché Perry, malato della sindrome di Guillan-Barre, una forma di paralisi progressiva, lo aveva messo in vendita. Così lo ha riconsegnato al suo campione senza pretendere indietro un cent. Un diamante sarà pure per sempre. Ma sono i bambini il vero tesoro.

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