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"Tonali è la prova di come l'Italcalcio sbagli sui giovani"

Il grande ex ed esperto del settore giovanile Lionello Manfredonia racconta Sandro e le porte chiuse ai baby talenti

"Tonali è la prova di come l'Italcalcio sbagli sui giovani"
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C'era uno che aveva visto giusto. Sandro Tonali giocava nei pulcini del Brescia, aveva quindici anni ma il responsabile del settore giovanile ne intuì le doti e volle che venisse aggregato alla squadra di età superiore, la classe 98. Ma fu respinto, il ragazzino era ancora troppo acerbo per giocare assieme ai più grandi. Lionello Manfredonia fu il cane da trifola, la sua esperienza di centrocampista di Lazio, Juventus e Roma lo aveva portato a vedere il football in ogni zona del campo, il privilegio di avere giocato a fianco di campioni come Batista, Laudrup, Platini, Boniek, Voller, Berthold completò le sue conoscenze, soprattutto tecniche che si portò appresso nella nuova carriera dirigenziale.

Manfredonia, come andarono le cose con Tonali a Brescia?

"Ero il responsabile del settore giovanile e capii subito le qualità di Tonali, qualcuno lo aveva paragonato a Pirlo, stessa squadra, stessa area di gioco ma Sandro aveva e ha doti diverse. È un tuttocampista, come si usa dire, potente nel tiro, nella lettura anche se non eccellente nel colpo di testa".

Ma che accadde a Brescia, con Possanzini?

"Ogni allenatore ha sensibilità differenti, lui, ottimo professionista, non vedeva Tonali tra quelli di età maggiore. Così facendo, Sandro non aveva la luce meritata per essere notato dalle nazionali giovanili".

Dunque?

"Chiamai Piscedda, mio ex compagno alla Lazio, lui era il responsabile della nazionale dilettanti. Fidati Papete, come lo chiamavamo a Roma, prendilo e vedrai che non mi sbaglio. Così fu, Tonali vinse il premio come migliore calciatore al torneo Caput Mundi. E fu la svolta".

Nel senso?

"I responsabili delle squadre giovanili della federcalcio avevano un criterio cromatico per scegliere i convocabili, azzurro, giallo, rosso, verde, colori abbinati alle doti tecniche, fisiche, alla tecnica, alla personalità, alla prospettiva. Dopo Caput Mundi le nazionali si accorsero di Tonali".

Ma il Brescia?

"Boscaglia, l'allenatore, lo mandò in campo il 26 agosto del 2017, al 70 di Brescia-Avellino. Ma io avevo chiuso il mio rapporto con il club dieci giorni prima".

Perché?

"Perché il Brescia passò di mano, diventò presidente il signor Cellino che portò i suoi uomini".

E si ritrovò quel gioiello.

"Appunto. Ho letto che fu lui a volerlo in squadra perché quelli della squadra Primavera non lo facevano giocare. Le solite storie di Cellino. Si dovrebbe invece dire quale incredibile plusvalenza riuscì a fare con la vendita al Milan".

Trentacinque milioni.

"Appunto e con quei soldi, ditemi voi, come si fa a fallire e a Brescia, poi".

È il problema che riguarda il calcio italiano dovunque.

"Vi porto un esempio. Quando ero a Cosenza, il club ottenne un premio milionario per i risultati proprio del settore giovanile. Dissi al presidente Serra di investire quei soldi in uno o due campi per fare allenare i ragazzi".

Consiglio realizzato?

"Furono spesi per comprare un centravanti. Chiacchierano sui settori giovanili, promettono investimenti ma oltre alla propaganda non si fa nulla. Le famiglie pagano una quota per iscrivere i ragazzi ai club, settecento euro e più ma questo non è giusto, perché sono le società o la federazione a dover sostenere quelle spese per gli allenamenti settimanali. Poi è necessario un allenatore per la tecnica e allora è giusto il supporto delle famiglie. Comunque i costi sono sempre inferiori a quello che si deve spendere per le scuole di sci o di tennis".

Che fare, dunque?

"Io ho messo assieme un gruppo di amici ex calciatori per l'Accademia del calcio giovanile, la presenterò a Roma il 9 maggio".

Ci sarà anche Tonali?

"Mai più sentito, né lui, né la sua famiglia con la quale ci frequentavamo ogni giorno. Nel calcio la parola grazie non fa parte dei contratti".

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