Leggi il settimanale

Vonn, è un dramma. Se le Dolomiti non perdonano i sogni troppo alti

Rientro a 41 anni, crociato rotto alla vigilia, quei 13'' e il buio. Femore fratturato. Operata

Vonn, è un dramma. Se le Dolomiti non perdonano i sogni troppo alti
00:00 00:00

nostro inviato a Cortina

Le Dolomiti non perdonano i sogni troppo alti. Il giorno prima della gara il New York Times titolava: "Tutti gli occhi sono puntati su Lindsey Vonn per vedere come finirà questa storia irreale". Si può essere folli superati i 40 anni? Si ripresenta una stagione fa, con una protesi in titanio al ginocchio destro, dopo quasi sei anni di stop, lontana dal circuito, anche per stare vicino alla madre malata di sclerosi sistemica. Torna quando lei non c'è più. Torna, lei che ha vinto tutto, per un'ultima discesa, magari d'oro.

Il destino è bastardo, perché praticamente alla vigilia si rompe un crociato. Ok, basta così. Non per lei, che è bionda per testardaggine. "Scendo lo stesso". Gli americani alla Vance queste storie esagerate e ostinate le amano. Sei più forte di tutto: del tempo, delle probabilità e della malasorte. Non mi butti giù. Ogni altra cosa è un alibi, soprattutto la sfiga. Quasi sempre è così, solo che non bisogna sfidare le montagne.

La Tofana è una sentinella di roccia e ghiaccio, con la sua pista olimpica stretta e nervosa. Lindsey Vonn, quarantun anni portati come una corona di spine, fissa il cancelletto di partenza. Il vento le sibila tra i capelli biondi, sfuggiti all'elmo blu navy. Il numero di pettorale è il 13: un presagio che lei irride. "Il mio numero fortunato, come sempre". Sotto la tuta rossa-bianca-blu, il ginocchio sinistro è retto da un tutore. Questo è l'ultimo ballo. L'ultimo volo.

Parte con un'esplosione. I muscoli, forgiati da venticinque anni di battaglie, spingono la slitta umana a cento all'ora in un battito. Le storie impossibili spesso finiscono male. Ci ha provato Lindsey, ma dopo tredici secondi, tra la porta tre e quattro, il punto cruciale per vincere su questa pista, seguendo la linea irrazionale trovata durante le prove, il braccio destro si perde, il corpo rotea in aria e poi ricade a terra.

C'è un silenzio senza fiato. Paura, preoccupazione, l'impressione che si sia fatta male, ma neppure questa botta la sommergerà. La pausa è lenta: per quindicesima dovrà scendere Sofia Goggia e sta perdendo adrenalina. Federica Brignone qui non doveva neppure esserci e fa il possibile, che in certi casi è già tanto.

Quando l'elicottero sorvola la pista, il pubblico di Cortina alza la testa al cielo, applaude e saluta sventolando fazzoletti. Più tardi, ore più tardi, i medici dell'ospedale Ca' Foncello di Treviso diranno che "è stata operata e che la frattura alla gamba sinistra è stabilizzata", rottura del femore è la voce. Il sogno americano si ferma qui.

Ora è tempo di ricordi. Minnesota, 1984. St. Paul: una bambina di tre anni su Buck Hill, con gli sci troppo grandi e un sorriso che sfida la gravità. Papà Alan, irlandese con il ginocchio rotto da una vecchia caduta, la guarda: "Vai veloce, Lindsey, più veloce del vento". Mamma Linda, con radici tedesche e norvegesi, la scarrozza per ore, un taxi su ruote innevate. A sette anni, Vail, Colorado: la neve diventa casa, la scuola un optional online. Picabo Street, la sua maestra, oro olimpico a Nagano 1998, ride: "Tu non scii, tu voli". E vola davvero. Debutto in Coppa a sedici anni, Park City 2000. Quattro Coppe generali, ottantaquattro vittorie, un trono di medaglie che pesa come piombo. Ma la velocità ha un prezzo. 2007: primo strappo al crociato, un sussurro di ciò che verrà. 2013, Mondiali di Schladming: crash orrendo, legamenti a brandelli, tibiale fratturato. Salta Sochi 2014, piange in un letto d'ospedale, ma si rialza: "Il dolore è il mio allenatore". Vancouver 2010, oro in discesa: la prima americana sul podio olimpico, un urlo che echeggia ancora. Poi 2016, omero rotto come un ramo secco. 2018, pre-Pyeongchang: altro ginocchio andato, ma bronzo lo stesso, zoppicando sul podio. "Quante volte sono caduta? Tante quante ho vinto". La vita privata, un turbine uguale. Thomas Vonn, marito-allenatore, 2007-2013: un amore su pista, finito in divorzio. Tiger Woods, 2013-2015: scandalo mediatico, cuori spezzati sotto i flash. Kenan Smith, P.K. Subban, l'hockeista che le chiede la mano su un ghiacciaio: tutti amori veloci come discese. Diego Osorio, l'ultimo, 2021-2025: un addio silenzioso.

Ora single, con Olympe, la mucca premio dal 2005, che pascola tranquilla in un ranch del Colorado.

Le montagne non giudicano: ingoiano i sogni, li sputano rimodellati. In questo silenzio Lindsey sente il cuore della neve. Non è la fine. Il prossimo salto adesso è la vita. La regina non cade, rimbalza.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica