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"Uno zio saggio e buono che riuscì a farsi perdonare quella sconfitta..."

L'ex difensore azzurro Riccardo Ferri: "Non vincemmo, ma grazie a lui i tifosi italiani ci ricordano ancora con nostalgia e affetto"

"Uno zio saggio e buono che riuscì a farsi perdonare quella sconfitta..."

Riccardo Ferri, sarà un giorno triste per lei...

«Non soltanto per me. Lo è per il calcio italiano e per quell'Italia che fermentò durante le famose notti magiche del mondiale di casa nostra regalando a ciascuno dei suoi protagonisti momenti di felicità immensa».

Quando ha visto o sentito Vicini per l'ultima volta?

«Due mesi fa, appena ho saputo delle sue precarie condizioni di salute, attraverso un comune amico bresciano, ho chiesto di poterlo salutare e rendergli visita a casa. Mi ha fatto rispondere: grazie Riccardo, vi ricordo tutti con affetto, ma non è il caso. E allora ho capito che dietro quel pudore si nascondeva un triste epilogo».

Che posto bisognerà assegnare ad Azeglio Vicini nella bacheca del calcio italiano?

«Dev'essere considerato il protagonista di un evento eccezionale».

Quale scusi?

«Di solito, dalle nostre parti, chi perde un mondiale in casa viene considerato un poco di buono, un perdente. E invece Azeglio e noi tutti che lo seguimmo in quell'avventura, siamo ancora gratificati dal ricordo dolce e nostalgico di molti tifosi. Il terzo posto guadagnato a Bari contro l'Inghilterra non venne trasformato in un'amara sconfitta, per fortuna».

La beffa, diciamola tutta, arrivò per via di quella papera di Zenga a Napoli contro l'Argentina...

«Nel calcio capita a tutti di sbagliare, capita persino ai mostri sacri come Roberto Baggio, purtroppo. Nessuno di noi, quella notte rivolse una parola stonata nei confronti di Walter. Sa perché? Perché, appena entrati nello spogliatoio, fummo sommersi dall'abbraccio riconoscente del ct».

Nell'estate del '90 ci fu, grazie all'Italia di Schillaci e Baggio, la riscoperta dell'azzurro e del tricolore...

«Impressionante fu l'accoglienza ricevuta a Marino, castelli romani, in occasione del primo allenamento: 6 mila tifosi che presero d'assedio lo stadio, non riuscivamo a tornare in albergo. E durante il trasferimento in pullman all'Olimpico in occasione delle partite, accadde un altro evento unico: viaggiavamo tra due ali di folla che ci salutava. In autostrada addirittura c'erano auto che sostavano sulla corsia d'emergenza per farci passare e sventolare i bandieroni».

Vicini era considerato una sorta di zio saggio ma come tecnico che tipo era?

«Era meticoloso nel preparare le partite. Non c'era internet eppure lui era munito di un archivio strepitoso e quando ci indicava le marcature era capace di citare a memoria le caratteristiche di ciascun calciatore avversario. Poi si legò al gruppo grazie ad alcune scelte. Esempio classico: Giannini perse il posto nella Roma, lui lo convocò egualmente e lo aiutò a tornare titolare guadagnandosi la stima collettiva».

L'esplosione di Schillaci fu la favola di quel periodo.

«Totò era toccato dalla grazia. Se avesse colpito con la nuca il pallone avrebbe fatto egualmente gol. La sera prima del debutto contro l'Austria, ero in camera con lui, si fece dare la cassetta di un film con Peppone e don Camillo. Il giorno dopo, contro l'Austria, entrò e segnò. Da allora, durante tutte le vigilie, Schillaci rimetteva la stessa cassetta e ripeteva a memoria le battute».

Nella torrida estate del '90 non mancarono i gossip: si parlò della simpatia sbocciata tra Vialli e Alba Parietti che allora lavorava in tv sul mondiale posata su un seggiolone...

«Ah sì? Non ricordo...».

Se ne lamentò anche Giancarlo De Sisti che all'epoca faceva parte dello staff tecnico.

«Sì, adesso ricordo. La verità purtroppo fu un'altra: in quel mondiale Gianluca non era al meglio della condizione fisica».

Il ritiro di Marino si concluse con la visita dell'Avvocato Agnelli.

«Venne e spiegò che di solito le vittorie hanno molti padri mentre le sconfitte sono orfane. Lui fu tra i pochi a presentarsi».

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