Rileggere oggi Guido Carli (1914-93) significa fare i conti con un pensiero che non chiede indulgenza e non offre alibi. In un tempo dominato dall'illusione che ogni squilibrio possa essere corretto con un tweet, un dazio o una manovra d'emergenza, il volume Per la stabilità monetaria e il mercato (Laterza, pagg. 416, euro 26) suona come una lezione severa: la stabilità non è uno slogan e il mercato non è un animale docile. Promosso dall'Associazione bancaria italiana, il libro raccoglie 26 interventi pronunciati da Carli negli anni in cui guidò la Banca d'Italia (1960-1975), successivamente pubblicati sulla rivista Bancaria. Testi pensati per un pubblico tecnico, ma oggi sorprendentemente leggibili come chiavi interpretative del presente. Non per la loro attualità letterale, bensì per la capacità di intercettare nodi strutturali che continuano a riproporsi sotto forme diverse.
Il primo di questi nodi è il sistema monetario internazionale. Carli fu tra i pochi a comprendere per tempo che la convertibilità dollaro-oro era una finzione destinata a implodere. Non per ragioni ideologiche, ma per semplice aritmetica politica: l'espansione del commercio mondiale e i vincoli della politica interna americana rendevano impossibile sostenere un ancoraggio aureo credibile. Il "Nixon shock" del 1971 non fece che certificare una diagnosi già formulata. Oggi, in un contesto segnato dall'indebolimento strutturale del dollaro e dal crescente ricorso all'oro come bene rifugio o come bene "neutrale" e quindi senza rischio di controparte, quella lezione torna attuale. Non come nostalgia di Bretton Woods, ma come avvertimento: nessuna valuta egemone può reggere a lungo se pretende di essere al tempo stesso strumento nazionale e pilastro globale.
Il secondo tema è quello delle guerre commerciali. Carli osservava con sospetto ogni tentazione protezionistica, consapevole che la stabilità monetaria non sopravvive alla frammentazione degli scambi. Le tensioni attuali tra Stati Uniti, Cina ed Europa - spesso ridotte a slogan, dazi e ritorsioni simboliche - confermano quella intuizione. Il nazionalismo economico, lungi dal rafforzare le economie, tende a destabilizzare i mercati e a spostare il costo dell'incertezza sulle valute e sui capitali. Carli non avrebbe probabilmente sottovalutato la portata politica di queste dinamiche, ma ne avrebbe colto subito l'effetto monetario: la disgregazione del coordinamento internazionale come moltiplicatore di instabilità.
Il terzo asse, forse il più delicato, riguarda il ruolo delle istituzioni monetarie. Qui emerge la cifra più riconoscibile - e per certi versi discutibile - del pensiero carliano. Nelle sue riflessioni emerge una visione pragmatica: non si può "incatenare" il mercato con regole fisse così da soffocarlo; piuttosto, bisogna comprenderne le dinamiche e creare istituzioni in grado di garantire stabilità pur lasciando spazio alla sua naturale evoluzione. Questa tensione tra ordine e libertà di mercato costituisce uno dei fili rossi del volume e una delle leve più interessanti per confrontarlo con le odierne politiche monetarie. In sintesi, Carli crede nel mercato, ma non lo idolatra; crede nelle istituzioni, ma non le concepisce come strumenti neutrali. La stabilità monetaria è, per lui, il prodotto di una vigilanza continua, di regole chiare e autorità credibili. È una visione che anticipa il modello delle banche centrali indipendenti, ma che porta con sé anche un rischio: quello di sovrastimare la capacità delle istituzioni di governare mercati sempre più complessi.
Ed è qui che la distanza dal presente si fa evidente. La fiducia di Carli nella regolazione istituzionale appare oggi messa alla prova da una finanza iperglobalizzata, dalla velocità dei capitali, dall'emergere di strumenti e mercati che sfuggono ai confini tradizionali della supervisione. Fintech, criptovalute, intermediari non bancari ridisegnano uno spazio che le categorie carliane faticano a contenere. Non per debolezza analitica, ma per mutazione del contesto. La sua è una visione ancora legata a un mondo in cui il perimetro dell'autorità monetaria era più definito e meno poroso.
Infine, l'Europa. Carli intuì presto che la stabilità monetaria non poteva restare confinata nei perimetri nazionali. L'euro è nato anche da quella consapevolezza. Ma l'Unione bancaria resta incompiuta, e questa incompletezza pesa oggi più che mai. In assenza di una vera condivisione dei rischi, la moneta unica resta esposta alle asimmetrie e alle crisi. Un limite che Carli avrebbe probabilmente giudicato non tecnico, ma politico.
Per la stabilità monetaria e il mercato è dunque un libro che costringe a scegliere: cosa di Carli resta valido, e cosa va superato.
Cambiano gli strumenti, cambiano i mercati, ma i problemi di fondo - fiducia, coordinamento, stabilità - restano sorprendentemente simili. Per questo Carli continua a essere un interlocutore scomodo: non perché abbia avuto sempre ragione, ma perché ha posto le domande giuste. E molte, ancora oggi, restano senza risposta.