All'inizio c'è una donna delle pulizie che si trova davanti una bella rogna. Il suo solitario datore di lavoro, l'ex critico cinematografico Alberto Novelli, si è fatto saltare le cervella seduto alla scrivania dello studio. Oltre a sporcare un bel po' ha lasciato un enigmatico biglietto: "Saluti a tutti. Vorrei scrivere dimenticatemi, ma lo avete già fatto. Conveniva a tutti".
Abbastanza, per scatenare il panico nella signora che chiama subito la polizia, e per dare da pensare al vicecommissario Giuseppe Loporto, poliziotto che avrebbe voluto far altro nella vita, e che rimpiange di non aver vissuto gli anni del Sessantotto di cui gli parlava il più amato dei suoi insegnanti. E così, questo poliziotto democratico, si mette ad indagare sulla vita di Novelli, uno che il Sessantotto lo ha fatto davvero, compagno moderato nel bel mezzo delle contestazioni, che poi è finito ghettizzato dai compagni meno ragionevoli. Sia da chi prima amava le spranghe e poi ha preferito i vestiti dal buon taglio e il potere, sia da chi è rimasto disgraziatamente ai margini ma duro e puro. E così il poliziotto si mette ad indagare coinvolgendo il figlio di Novelli, Pietro, che da anni non sentiva il padre, lo coinvolge in un viaggio nel tempo tra le pieghe di un passato scomodo. Viaggio che mai Pietro avrebbe voluto fare ma che gli rivela moltissimo sulla storia non scritta del nostro Paese.
Questa la partenza del romanzo di Franco Currò appena edito da Rizzoli: Il coltello della memoria (pagg. 236, euro 18). Attenzione però, non si tratta di un giallo, non in senso classico. Currò, giornalista ed esperto di comunicazione di lungo cabotaggio, con garbo e maestria, porta il lettore a spasso tra diversi generi letterari e, soprattutto lo accompagna, a vedere come si è dispiegato il potere in Italia, proprio a partire dalla rivoluzione mancata del Sessantotto. Stando ben lontano dai presunti misteri d'Italia e, piuttosto, raccontando il lato più umano di un percorso che ha portato certi stalinisti "che mettevano paura" a restare stalinisti: però con il doppiopetto e l'autista, per mettere ancora più paura.
Tutte cose che il suicida del libro Alberto Novelli si sentiva di non essere riuscito ad evitare. Risucchiato dalla paura, dal privato, e infondo schiacciato da una consapevolezza: lui non era e non poteva essere come quegli squali che avrebbero usato ogni tipo di causa e pretesto per arrivare comunque al potere. Ed è al netto di tutto questo che Alberto Novelli lascia, da padre mal riuscito ma pentito, una lettera carica di segreto che getta addosso al figlio Pietro le responsabilità che non aveva saputo prendersi.
In questo senso il libro di Currò - di cui non sveliamo di più, per non levare la sorpresa al lettore - potrebbe essere letto con il concept album di Fabrizio De André Storia di un impiegato che spiega bene, in una delle sue canzoni, "che non ci sono poteri buoni".
Questo romanzo, che è il debutto di Currò nella narrativa, si muove sul filo della memoria intima, la Storia e la malinconia per le vicende del nostro Paese che avrebbero potuto andare anche in altro modo.
Ma soprattutto è una ben riuscita analisi delle molte sfaccettature dell'anima umana. Insomma, letteratura, infatti l'autore non alza mai il ditino contro i suoi personaggi, lascia che sia il lettore a giudicare il riflesso d'inchiostro di ciò che siamo stati e di ciò che in fondo siamo.