Gentile direttore Feltri,
che cosa pensa delle intercettazioni riguardanti alcuni esponenti del centro sociale Askatasuna di Torino? Da quanto emerge, si parlava apertamente della necessità di provocare la polizia per ottenere una reazione, filmarla e poi accusare gli agenti di violenza e repressione.
Non le pare gravissimo?
Andrea Bianchi
Caro Andrea,
non solo mi pare gravissimo. Mi pare anche rivelatore. Quelle intercettazioni squarciano il velo su un meccanismo che molti di noi denunciano da anni e che una certa sinistra finge di non vedere: la costruzione scientifica del vittimismo politico. Funziona così. Si occupa abusivamente. Si devasta. Si provoca. Si aggredisce. Si cerca lo scontro. E poi, quando lo Stato finalmente interviene per ristabilire un minimo di ordine, si grida alla repressione, al manganello, al fascismo, alla deriva autoritaria. È un copione vecchio, ma evidentemente ancora redditizio. La cosa più oscena è che, in questo gioco sporco, vengono usate le forze dell'ordine come bersaglio. Il poliziotto non è più un servitore dello Stato, non è più un uomo che fa il proprio mestiere rischiando la pelle per stipendi tutt'altro che principeschi. No. Diventa il cattivo da provocare, da esasperare, da mettere in difficoltà, da filmare nel momento più teso, magari dopo ore di insulti, spinte, sputi, lanci di oggetti e provocazioni. Si cerca la reazione per poi trasformarla in prova d'accusa. Questo non è dissenso. Questa è manipolazione. Ed è una manipolazione doppiamente vile, perché colpisce chi non può rispondere sullo stesso piano. Un agente in servizio non può fare politica, non può polemizzare, non può spiegare in televisione tutto ciò che ha subito prima di intervenire. Deve stare lì, incassare, mantenere il controllo, difendere l'ordine pubblico e poi magari ritrovarsi pure accusato da qualche professionista dell'indignazione. Le intercettazioni dimostrano che dietro certe narrazioni non c'è spontaneità, ma strategia. Non c'è solo rabbia sociale, ma calcolo. L'obiettivo è evidente: costruire l'immagine di un governo repressivo, di una maggioranza autoritaria, di uno Stato che picchia i giovani, gli studenti, i militanti, i fragili, i compagni. E per farlo serve il martire. Serve il video. Serve il sangue, o almeno la sua rappresentazione. Questa è la parte più disgustosa: non si protesta per difendere un diritto, ma per produrre materiale propagandistico. Poi arrivano i soliti commentatori con il ditino alzato, quelli che non hanno mai passato cinque minuti in mezzo a un corteo violento, e spiegano che la polizia deve essere «proporzionata», «delicata», «democratica». Certo. Peccato che dall'altra parte, spesso, non ci siano educande con i garofani in mano, ma persone addestrate allo scontro, protette da caschi, scudi improvvisati, bastoni, fumogeni, petardi e tutta la liturgia miserabile della guerriglia urbana. Lo Stato democratico ha il dovere di consentire la protesta. Ma ha anche il dovere di impedire che la protesta diventi ricatto, violenza, occupazione, intimidazione. Chi delegittima sistematicamente la polizia non colpisce il governo di turno. Colpisce lo Stato. Colpisce la sicurezza dei cittadini. Colpisce la fiducia nelle istituzioni. E produce un effetto devastante: agenti sempre più esitanti, sempre più esposti, sempre più timorosi di intervenire anche quando sarebbe necessario. Così si arriva al paradosso: il delinquente si sente libero, il poliziotto si sente sotto processo. E, di fatto, lo è. È questa la società che vogliamo? Una società in cui chi devasta pretende di essere vittima e chi difende l'ordine viene trattato da carnefice?
Io credo che sia arrivato il momento di dire basta a questa commedia. Le forze dell'ordine non sono bande armate al servizio del potere. Sono il presidio minimo senza il quale una democrazia diventa giungla. Se togliamo autorevolezza alla polizia, se la umiliamo, se la trasformiamo ogni giorno nel capro espiatorio delle frustrazioni ideologiche della sinistra antagonista, poi non lamentiamoci se le città diventano invivibili. La libertà non consiste nel poter fare qualunque cosa. La libertà esiste perché qualcuno garantisce l'ordine. E l'ordine, piaccia o no ai romantici del passamontagna, a volte richiede fermezza. Anche forza. Anche intervento fisico. Non perché lo Stato sia cattivo, ma perché lo Stato, se non interviene, smette di essere Stato. Queste intercettazioni dovrebbero aprire gli occhi a tutti. Non siamo davanti a poveri ragazzi ribelli perseguitati dal potere. Siamo davanti a soggetti che, secondo quanto emerge, ragionano su come provocare gli agenti per ottenere immagini utili alla propaganda. Questo non è idealismo. È cinismo. E chi continua a difendere questi ambienti, chi continua a chiamarli «spazi sociali», «laboratori politici», «presìdi culturali», dovrebbe avere almeno il pudore di tacere. Perché qui la cultura non c'entra un bel niente. C'entra l'abitudine all'illegalità. C'entra la pretesa di vivere fuori dalle regole e poi di atteggiarsi a vittime quando finalmente qualcuno quelle regole prova a farle rispettare.
Io sto con la polizia. Senza esitazioni. Ora. Oggi. Come sempre. Sto con chi indossa una divisa e difende i cittadini. Sto con chi viene insultato, provocato, aggredito e poi dipinto come mostro.
Sto con chi mantiene in piedi lo Stato mentre altri tentano di demolirlo per poi piagnucolare davanti alle telecamere. La verità è questa: chi cerca lo scontro non può lamentarsi se lo trova. E chi provoca la polizia per costruire la favola della repressione non è un militante. È un falsario della realtà. Ed è pure un criminale.