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Lo Stato protegga chi compie il suo dovere

Un carabiniere viene rinviato a giudizio per omicidio stradale mentre svolgeva il proprio dovere, inseguendo chi cercava di sottrarsi alla legge. Non stava partecipando a una corsa clandestina, non era un cittadino irresponsabile al volante

Lo Stato protegga chi compie il suo dovere
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Gentile Direttore Feltri,

leggo con sconcerto del rinvio a giudizio per omicidio stradale di un carabiniere che, al momento dei fatti, stava inseguendo chi tentava di sottrarsi a un controllo. Mi chiedo: possibile che chi indossa una divisa e interviene per far rispettare la legge debba poi ritrovarsi sul banco degli imputati come un criminale qualsiasi? Quale messaggio si sta dando a chi ogni giorno rischia la vita per garantire sicurezza ai cittadini?

Cordiali saluti,

Francesco Ripani

Caro Francesco,

il tuo sconcerto è più che comprensibile. Anzi, è sano. Perché significa che possiedi ancora un senso elementare di giustizia, qualità che pare essersi smarrita in certi ambienti del nostro Paese.

Qui non siamo di fronte a un semplice fatto giudiziario. Siamo davanti a qualcosa di più grave: un cortocircuito tra lo Stato e se stesso.

Un carabiniere viene rinviato a giudizio per omicidio stradale mentre svolgeva il proprio dovere, inseguendo chi cercava di sottrarsi alla legge. Non stava partecipando a una corsa clandestina, non era un cittadino irresponsabile al volante. Semmai era un uomo in divisa, impegnato in un'azione di servizio. Eppure, nella narrazione che si va costruendo, questo elemento decisivo tende a scomparire. Tutto

viene appiattito, livellato, reso indistinguibile: chi fugge e chi insegue, chi viola la legge e chi la fa rispettare.

È un rovesciamento pericoloso, perché il messaggio che passa è: chi interviene rischia di pagare più di chi scappa. Chi indossa una divisa non è più tutelato dallo Stato, ma esposto, sacrificabile, persino colpevolizzabile. E allora mi domando: quale carabiniere, quale poliziotto, quale agente sarà ancora disposto a intervenire con prontezza, sapendo che ogni sua azione potrà essere riletta, scomposta e infine trasformata in un capo d'imputazione?

Non si tratta di invocare impunità, sia chiaro. La legge vale per tutti. Ma proprio perché vale per tutti, deve essere applicata con intelligenza, distinguendo tra chi delinque e chi combatte il crimine.

Altrimenti si finisce in una zona grigia dove lo Stato non difende più i propri uomini, ma li consegna al sospetto, al processo mediatico, a un calvario giudiziario che spesso dura anni. E uno Stato che mette alla sbarra chi lo difende compie un gesto che definire autolesionista è poco.

È uno Stato che perde autorevolezza, che smette di credere nella propria funzione, che finisce per alimentare proprio quel disordine che dovrebbe contrastare. Se questa è la direzione, non stupiamoci poi se l'autorità viene contestata, irrisa, rifiutata. Perché la prima a non rispettarla sembra essere, sempre più spesso, lo Stato stesso.

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