Caro direttore,
che cosa ne pensa del licenziamento di Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice? So che lei la stima molto, non trova che quanto accaduto sia profondamente ingiusto?
Gianmarco Ricordi
Caro Gianmarco,
confesso che ciò che mi ha colpito di più non è neppure la decisione della Fenice, per quanto discutibile e, a mio avviso, ingiusta. No. Ciò che mi ha impressionato, e direi quasi disgustato, sono stati i cori, gli applausi, l'esultanza di chi, davanti a quel teatro, festeggiava il licenziamento di una donna, di una professionista che il mondo ci invidia. Non di una dilettante allo sbaraglio, non di una comparsa, ma di un direttore d'orchestra riconosciuto e stimato appunto a livello internazionale. Una professionista che all'estero viene accolta e apprezzata, mi viene in mente l'Argentina, dove si trova in questo momento e dove è celebrata, mentre in patria viene trattata come un corpo estraneo, quasi come una colpevole da punire. «Nemo propheta in patria», verrebbe da dire. Ma qui non siamo neppure all'ingratitudine. Siamo alla denigrazione organizzata. La motivazione ufficiale del provvedimento è nota: alcune dichiarazioni rilasciate a un giornale straniero, nelle quali Venezi avrebbe denunciato dinamiche discutibili all'interno dell'istituzione. Ora, mi si permetta: in uno Stato civile, chi solleva un problema non dovrebbe essere messo alla porta. Dovrebbe, semmai, essere ascoltato. Verificato, se necessario. Ma non silenziato. Perché, se il principio diventa questo, che chi parla paga, allora non siamo più nel campo della tutela delle istituzioni, ma in quello della loro difesa corporativa. E la differenza è abissale. Ho l'impressione, anzi la convinzione, che quelle dichiarazioni siano state soltanto il pretesto, l'occasione utile per compiere ciò che da tempo si stava preparando. Perché la verità è che Beatrice Venezi è una figura scomoda. Non tanto per ciò che dirige, ma per ciò che rappresenta.
È una donna libera, che non nasconde le proprie idee. Che non si adegua. Che non si traveste. Che non sente il bisogno di dichiararsi progressista per ottenere un lasciapassare in certi ambienti. E questo, nel mondo culturale italiano, che pure ama definirsi aperto, pluralista, inclusivo, resta un peccato mortale. Esiste, non giriamoci intorno, una egemonia culturale che tollera tutto, tranne chi non si riconosce in essa. Puoi essere eccentrico, provocatorio, perfino mediocre: verrai comunque accolto, purché tu appartenga al campo giusto. Ma se ti dichiari di destra, se esprimi stima per Giorgia Meloni, se ti sottrai al rito dell'omologazione, allora diventi improvvisamente intollerabile. E così accade che artisti, per lavorare, debbano fingere. Ostentare un progressismo che magari non sentono. Recitare una parte. Venezi, invece, ha scelto la via più difficile: quella dell'onestà intellettuale. E l'onestà, si sa, ha un prezzo. Il suo curriculum, mi sia concesso di dirlo, è l'ultima cosa che può essere messa in discussione. Ma in questa vicenda il merito conta poco. Conta l'allineamento. Conta l'appartenenza. Conta il fatto di essere o non essere dei nostri.
Il licenziamento di Venezi, dunque, non è soltanto una decisione discutibile. È il segnale di un clima. Un clima in cui si preferisce eliminare il problema anziché affrontarlo. In cui si punisce chi parla anziché interrogarsi su ciò che viene detto. In cui si applaude alla caduta altrui come se fosse una vittoria. È una pagina triste, caro Gianmarco. Molto triste.
Perché, quando anche i luoghi della cultura, che dovrebbero essere presidio di libertà, di confronto, di pluralismo, si trasformano in ambienti dove chi non si conforma viene messo all'indice, allora vuol dire che qualcosa si è guastato profondamente. E non basterà certo un'orchestra, per quanto brava, a coprire questo stonato rumore di fondo.