Gentile Direttore Feltri, sono rimasta sconvolta dalla notizia del ragazzino di 13 anni che, nella provincia di Bergamo, ha accoltellato una professoressa, filmando tutto e trasmettendo online. Di questo caso leggiamo ogni giorno nuovi dettagli: una lettera scritta dal ragazzo, l’interesse per gli ordigni, la volontà addirittura di compiere una strage.
Eppure, più informazioni emergono, più sembra che in realtà non si capisca nulla. Mi chiedo: a chi stava trasmettendo quel video?
Chi doveva vederlo? E soprattutto: che idea si è fatto lei di questo episodio così inquietante, che sembra andare oltre il semplice gesto di follia?
Cordiali saluti,
Maria Principe
Cara Maria,
hai colto il punto: sappiamo tanto e non sappiamo nulla. È la condizione tipica della nostra epoca, in cui l'informazione si accumula ma la comprensione arretra. Sappiamo che un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante. Sappiamo che ha scritto una lettera, che si interessava a ordigni, che ha filmato tutto e lo ha trasmesso. Ma non sappiamo chi fosse davvero questo ragazzo, che cosa gli passasse per la testa, quali riferimenti avesse, che mondo abitasse. E soprattutto, come giustamente osservi tu stessa, non sappiamo una cosa decisiva: a chi parlava mentre colpiva. Perché quel gesto non era soltanto violenza. Era rappresentazione. Era esibizione. Era, permettimi il termine, spettacolo. E questo è il dato più inquietante. Non siamo più soltanto di fronte alla violenza. Siamo di fronte alla violenza che ha bisogno di essere vista, condivisa, diffusa. L'omicidio, o il tentato omicidio, come atto da mettere in scena.
Che cosa vuole dimostrare un ragazzo di tredici anni accoltellando una professoressa e riprendendosi? Vuole dimostrare di esistere. Vuole affermare una forza che in realtà non possiede. Vuole colmare un vuoto.
E quel vuoto ha un nome preciso: assenza di limiti.
Viviamo in una società in cui ogni forma di autorità è stata delegittimata. Il professore non può più rimproverare, il genitore non può più imporre, la regola è vissuta come un sopruso. E quando qualcuno prova a esercitare una minima funzione educativa, come nel caso di un'insegnante che richiama uno studente, scatta la ribellione. Non la ribellione sana, ma quella distruttiva. Citi un elemento che trovo centrale: il ragazzo si sarebbe sentito «oltraggiato». Ecco, questa parola è la fotografia di una generazione che non tollera la frustrazione, che non accetta il limite, che non riconosce alcuna autorità sopra di sé. E allora reagisce. Ma non con il dialogo. Con
il coltello. Non con il confronto. Con la violenza. E questo non riguarda solo questo caso. Lo vediamo ogni giorno: aggressioni a medici, a controllori, a forze dell'ordine, a insegnanti. Chiunque rappresenti, anche minimamente, una regola, diventa un bersaglio.
Non sappiamo, ed è bene dirlo con prudenza, se dietro questo episodio ci siano influenze esterne, contatti, ambienti, dinamiche più ampie. Sarebbe azzardato affermarlo senza prove.
Ma una cosa è certa: questo gesto non nasce dal nulla. Nasce in un contesto culturale in cui il limite è sparito, la responsabilità è evaporata e l'autorità è diventata una parola sospetta. E quando togli il limite a un ragazzo, non lo rendi libero. Lo rendi pericoloso.