Stephen King e l'orrore del "dopo"

Ci sono parole che possono cambiare la vita di una persona e Stephen King ne è consapevole, avendone scritte milioni.

Ci sono parole che possono cambiare la vita di una persona e Stephen King ne è consapevole, avendone scritte milioni. Di questo è conscio anche il protagonista del suo Later (Sperling & Kupfer), il quale racconta gli eventi straordinari di cui è protagonista. Jamie Conklin, fin da ragazzo sa di possedere una sorta di dono-dannazione che gli permette di entrare in contatto con i morti: «Sì, io vedo i morti. È sempre stato così, dacché riesco a ricordare. Sempre. Ma la cosa non funziona come in quel film con Bruce Willis. Può essere interessante, a volte spaventoso può essere una gran rottura di palle, ma il più delle volte è semplicemente quello che è. Un po' come essere mancini, o saper suonare un pezzo di musica classica a tre anni, o ammalarsi di Alzheimer in età precoce, come è successo allo zio Harry quando aveva solo quarantadue anni».

Occorreranno molti anni a Jamie per imparare a gestire questo speciale shine che per certi versi lo accomuna molto al Danny Torrance di Shining e Doctor Sleep. Avere una dote come quella è anche una grande responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri. Ma di questo Jamie se ne accorgerà, appunto, later, cioè «dopo». Perché soltanto «dopo», quando ci avviciniamo alla morte, siamo consapevoli che c'è stato un prima che non potrà più tornare. Perché soltanto «tempo dopo» ci si può accorgere di quanto sia sconvolgente avere una capacità-maledizione del genere. Quando si hanno sei anni e si crede ancora a Babbo Natale è difficile rendersi conto della verità. Tutto sembra fantastico e colorato, tutto si può disegnare: anche un Tacchino del Ringraziamento su un pezzo di cartone ritagliato che poi si colora con le tonalità di verde della foresta. Meraviglioso per un bambino, orrendo per la mamma di Jamie, Tia, che fa l'agente letteraria e si preoccupa di «imporre il prodotto» e ha difficoltà a rendersi conto subito delle doti di suo figlio. Lei non pensa che sia davvero speciale, ma teme che sia pazzo e per questo continua a suggerirgli di nascondere le sue emozioni e le sue capacità. Scoprire da dove deriva la sua facoltà di vedere i morti e di ascoltare le loro voci che non mentono mai può portare Jamie sull'orlo del baratro, e lo costringerà a decidere da che parte stare, a scegliere fra il bene e il male.

Quello di Jamie Conklin è un racconto di formazione scritto da un ragazzo al quale piacerebbe essere paragonato a Faulkner o Updike per le sue capacità letterarie, ma che in realtà vive una storia allucinata degna di un racconto di Ray Bradbury e Richard Matheson. Un racconto dell'orrore siglato con l'inequivocabile e sanguigno stile di Stephen King che ancora una volta ci spiega come i mostri possano vivere dentro di noi e irrompere nella realtà per caso, quando meno ce lo si lo aspetta. E dal momento della loro incursione le persone vivono la disperazione e l'inquietudine del «dopo». King è abilissimo a inserire nel romanzo temi come l'Alzheimer, l'alcolismo e l'incesto, spiegando quanto sconvolgano una normale famiglia americana. Così come perverso può essere il sistema delle truffe economiche gestito dal Fondo Mackenzie di investimenti, dal quale suggerisce a Tia di svincolarsi l'avvocato Monty Grisham (ispirato al maestro del legal thriller John Grisham). Perché gli uomini spesso possono essere più perversi dei demoni con i quali deve confrontarsi fin da bambino Jamie.

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