La stilista Contardi

«La moda è fatta anche di persone che non escono mai alla ribalta, pur facendo un lavoro fondamentale. Molte di queste figure stanno scomparendo, come la maestra magliaia, l’unica in grado di tradurre il disegno in realtà». Chiara Contardi, stilista 42enne cresciuta a Sorrento con la passione per il cachemire, è da poco rientrata a far parte dell’ufficio stile di Malo (dove era stata dal '95 al 2000). «L'emozione più grande? Ritrovare le stesse maestranze di allora, persone eccezionali che vorrei ringraziare». È stato anche questo lavoro di squadra a decretare il successo della nuova collezione maschile di Malo, disegnata da Chiara Contardi sotto la supervisione del nuovo art director Saverio Palatella, tornato anche lui all’ovile dopo anni di assenza.
Si ritorna alle radici, dunque.
«Dopo anni in cui ha visto avvicendarsi diversi direttori creativi, Malo è tornata alla vecchia scuola, e io sono contenta di tornare a farne parte. L’obiettivo era quello di riportare la maglia alla sua vera essenza, che negli anni si era un po' persa, e tornare all'unicità del capo».
I pezzi più rappresentativi?
«Le maglie tagliate come giacche sartoriali da uomo, declinate anche in versione femminile, e le maglie “best friends”, che vestono sia l'uomo sia la donna».
Stiamo assistendo al ritorno dell'unisex. Colpa della crisi economica o è l'uomo a essere in crisi?
«Non è tanto un fatto di crisi, ma più che altro la volontà di ridare identità a un oggetto: la maglia, che nasce come capo unisex. C'è poi la voglia di tornare alla normalità che dà sicurezza, alla maglia pregiata che vive nel tempo».
Si guarda al passato, dunque?
«Quel che sta avvenendo è un recupero. Recuperiamo cose che avevamo perso perché rientravano nello stereotipo del “vecchio”, come la maglia a trecce o a coste che ora, rivisitate e riproposte, tornano a piacere».
Lei disegna maglie da sempre?
«La maglia è sempre stata la mia passione, fin da piccola, quando mia madre mi insegnò a usare i ferri... sferruzzavo tutto il giorno e non ho smesso di farlo nemmeno ora: mi rilassa. Ho iniziato a lavorare nel settore 20 anni fa con Ferragamo. Quando ho incontrato il cachemire, 15 anni fa, non l'ho più lasciato».
Erano altri tempi?
«Allora erano in pochi a produrlo. A fine '90 c'è stato il boom: sembrava che tutti volessero fare il cachemire. Ora torniamo alla qualità, quella vera».
Allora ci sveli due regole per riconoscere il cachemire di qualità.
«Non deve mai fare i pallini. E si deve sentire al tatto: la mano del cachemire deve essere compatta, piena, e diventare soffice con il tempo e con i lavaggi. È un aspetto fondamentale specie per me che ho lavorato per anni nelle filature».
È difficile lanciare nuovi marchi?
«Bisogna essere in grado di motivare il cliente, sempre più esigente, e vuole la novità ma anche la qualità».
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