Controcultura

La storia dei due giganti dell'Asia getta ombre di paura sul mondo

Una crescita vertiginosa e il sogno di tornare alla potenza del passato spingono la politica espansionistica di Cina e India. Con molti rischi

La storia dei due giganti dell'Asia getta ombre di paura sul mondo

Gli equilibri del mondo cambiano e sono cambiati decine di volte nel corso della Storia. I due ombelichi del mondo, se torniamo indietro nel tempo solo di un quarantennio, erano identificabili in Washington e Mosca. Ora le superpotenze sono almeno tre: Stati Uniti d'America, Repubblica popolare cinese e India. Mosca? È scivolata in una posizione molto più complessa che mischia debolezza economica e produttiva a potenza atomica, con i risultati di una pericolosa instabilità che tutti vediamo.

L'enorme forza militare ed economica di Pechino e Nuova Delhi è la novità del XXI secolo che porta verso un mondo tripolare, un mondo il cui centro potrebbe spostarsi dall'Occidente all'Oriente. Un bilanciamento tutto da trovare e dove, anche se Stati Uniti ed Europa pensano fondamentalmente al loro rapporto con le nuove controparti, le tensioni più forti potrebbero essere proprio tra le superpotenze in ascesa. Tensioni che già si misurano sul fronte himalayano.

Che il centro dell'equilibrio planetario si sposti a Oriente, in realtà, non è affatto una novità. Anzi, se ragionassimo sul lunghissimo periodo l'anomalia è lo spostamento del baricentro planetario nel continente più giovane, le Americhe. Per rendersene conto bastano due volumi appena pubblicati: Storia dell'India di Stanley Wolpert e Breve storia della Cina di Linda Jaivin (entrambi pubblicati per i tipi di Bompiani). Arrivano a chiudere una pattuglia di volumi che segnano una (tardiva) presa di coscienza non tanto dell'ascesa indo-cinese, quanto del fatto che India e Cina considerino questo fenomeno come una sorta di necessario ed inevitabile ritorno.

Vediamo allora il Mondo dall'altro lato della geopolitica. Cioè dalla Cina in ascesa. Da Pechino c'è chi guarda il dispiegarsi delle linee di faglia del conflitto di civiltà non con la logica del gioco degli scacchi, ma con quella, molto più avvolgente, del gioco del «go». È questa l'ottica che fornisce al lettore, ad esempio, il saggio pubblicato dalla Leg L'arco dell'impero a firma del generale Qiao Liang. Liang immagina un mondo multipolare dove, dopo il crollo dell'ultimo impero che secondo lui è quello statunitense, ci sarà un equilibrio nuovo in cui la Cina dovrebbe esercitare un potere morbido che non cerchi la supremazia. Ma a Pechino c'è chi, molto più del generale, rimpiange i tempi del Celeste Impero.

Il tutto in questo caso molto ben spiegato in un altro saggio, L'Impero interrotto (Utet) di Michael Schuman. Quale impero sognino i cinesi è difficile dirlo, ma rischia di essere un impero fortemente autoritario ed aggressivo. Negli ultimi anni, del resto, anche la gestione della politica interna è molto cambiata. Come spiega la Jaivin, negli ultimi anni la dirigenza cinese ha cambiato le sue linee guida diventando molto più repressiva. Nelle scuole superiori cinesi, negli anni Sessanta si leggeva la biografia di Chén Shèng scritta da Sima Qian, il ribelle contro l'antica dinastia imperiale Qin. Nel 2019 questa storia è sparita dai libri di testo. Al posto dell'eroe contestatore è comparso il generale Zhou Yafu (199 - 143 a.C.). Il militare della dinastia Han è famoso per la sua osservanza dei precetti e delle regole. È un caso? In Cina a stretto giro di posta è diventato illegale parlare di femminismo, di molestie sessuali... Col Covid sono state silenziate anche le voci dei medici e i lockdown si sono trasformati in strumenti di controllo sociale. Così un Paese che ha un potenziale umano e culturale quasi illimitato si ritrova socialmente bloccato, proprio mentre la crescita economica segna il passo. Se si somma tutto questo alle tensioni con Taiwan, che garantisce ai suoi cittadini libertà molto più ampie, si capisce quanto sia complessa questa partita.

Altrettanto complesso è lo sviluppo dell'altra grande e antica potenza: l'India. Come ha recentemente ben raccontato in Anarchia (Adelphi) lo storico William Dalrymple. A partire da quattrocento anni fa un'audace start-up privata londinese si lanciò, letteralmente, alla conquista del continente indiano. La Compagnia Britannica delle Indie Orientali, una delle prime società per azioni, avviò l'attività con trentacinque dipendenti e una patente regia che le consentiva di «muovere guerra». Duecento anni più tardi, gli immensi profitti del commercio con le Indie - e un uso spregiudicato della forza e della diplomazia - avevano cambiato la storia e spazzato via l'Impero Maratha e le altre entità politiche autoctone.

Tutto questo era stato reso possibile da una miglior tecnologia militare ma, con evidenza, l'India era stata occupata proprio per la sua immensa ricchezza che ne faceva il più grande polo produttivo del mondo. Quel ruolo l'India contemporanea lo sta riacquistando e rivendicando. E a differenza della Cina non si può dire che il Paese non porti avanti istanze democratiche. Ma sono le stesse dinamiche della crescita economica a sviluppare enormi spaccature interne. Un Paese con una storia antichissima che deve demolire una tradizione millenaria legata alle caste, dove 400 milioni di persone possono ormai vivere con standard di benessere pari a quelli occidentali ma 300 milioni sono poverissime.

Quale possa essere il livello di tensione, raccontato ad esempio in un film come La tigre bianca scritto e diretto da Ramin Bahrani, è evidente. Come nel film le tensioni sociali possono portare esiti feroci.

Queste sfide al momento restano nascoste sotto l'esplosione della crisi geopolitica ucraina. Ma sono enormi e dureranno a lungo.

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