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L'errore di Kennedy che costò caro: così gli Usa persero il Pakistan, il loro unico vero alleato in Asia

Negli anni Cinquanta, Islamabad era considerata l’alleato più affidabile di Washington in Asia: un partner militare, strategico e ideologicamente solido in piena Guerra Fredda. Nel giro di pochi anni, però, quella relazione cambiò direzione

L'errore di Kennedy che costò caro: così gli Usa persero il Pakistan, il loro unico vero alleato in Asia

Negli ultimi giorni il Pakistan è tornato a farsi spazio sulla scena diplomatica come mediatore tra Iran e Stati Uniti. Non sarebbe la prima volta che Islamabad gioca il ruolo di intermediario in una crisi regionale. Ma c’è un precedente poco ricordato, che dice molto su come Washington gestisce – e spesso spreca – i propri alleati asiatici.

Negli anni Cinquanta, sotto Dwight Eisenhower, il Pakistan era considerato l’alleato più affidabile degli Stati Uniti in Asia: un partner militare, strategico e ideologicamente solido in piena Guerra Fredda. Nel giro di pochi anni, però, quella relazione cambiò direzione. Con l’arrivo di John F. Kennedy alla Casa Bianca e la nuova attenzione verso l’India di Jawaharlal Nehru, Washington perse il suo unico pilastro nella regione. Fu una scelta che alterò gli equilibri asiatici per decenni e che torna oggi a pesare, ogni volta che gli Stati Uniti cercano una via di accesso politica all’Asia meridionale.

Eisenhower e la seduzione di Karachi

Nato nel 1947 sulle macerie della Partizione, il Pakistan appariva a Washington come un partner fragile ma ideologicamente affidabile: anticomunista, occidentalizzato nei vertici militari e soprattutto disposto a ospitare infrastrutture strategiche. Eisenhower e il suo segretario di Stato John Foster Dulles lo compresero subito: in piena Guerra Fredda, Karachi diventò l’avamposto chiave della “northern tier”, la cintura anticomunista che correva dal Medio Oriente all’Asia meridionale.

L’alleanza, suggellata all’inizio degli anni Cinquanta, portò aiuti economici, forniture belliche e – soprattutto – un’intesa segreta d’intelligence. Nel 1957 la CIA ottenne dal governo pakistano la base di Badaber, presso Peshawar, da cui decollavano gli aerei spia U‑2 diretti sull’Unione Sovietica. Era una delle partnership più sensibili della Guerra Fredda. Quando, nel 1960, un U‑2 fu abbattuto nei cieli di Sverdlovsk, Islamabad si ritrovò al centro del vortice diplomatico tra Washington e Mosca. Ma a differenza degli alleati europei, il Pakistan pagò il prezzo pieno: perse la fiducia sovietica senza guadagnare quella americana.

L’illusione indiana a Washington

Il passaggio da Eisenhower a Kennedy segnò una cesura profonda. L’idealismo progressista della “Nuova Frontiera” portò la Casa Bianca a rivalutare l’India come potenza democratica “non allineata” da conquistare al campo occidentale. Kennedy, influenzato da una visione pseudo-romantica del Terzo Mondo, credette di poter addomesticare Nehru con la diplomazia economica.

Con questo fine, il vicepresidente Lyndon B. Johnson intraprese nel 1961 un viaggio asiatico destinato a riaprire il triangolo Washington‑Delhi‑Karachi. A Delhi venne accolto con entusiasmo: Nehru, reduce dalle tensioni con Pechino, cercava aiuti per il suo terzo Piano Quinquennale. L’incontro tra i due segnò un temporaneo disgelo, ma costò caro all’alleanza con il Pakistan.

Johnson, una volta a Karachi, si trovò davanti il suo leader Ayub Khan irritato, che vedeva nei favori concessi all’India un tradimento della solidarietà anti‑comunista costruita negli anni di Eisenhower. Da quel momento, la relazione “disincantata”, descritta magistralmente da Dennis Kux, divenne un logoramento diplomatico costante.

L'Alleato tradito

Ayub Khan tentò di recuperare il terreno perduto con una visita di Stato a Washington nel luglio 1961. Sperava in nuovo sostegno militare e in una posizione americana più ferma sulla disputa del Kashmir. Kennedy, tuttavia, scelse la via dell’equidistanza: confermò gli aiuti economici all’India, limitò gli impegni con il Pakistan e ribadì che la questione del Kashmir doveva restare nelle sedi internazionali.

Ayub tornò a casa a mani vuote, percependo un’inversione strategica a favore di Delhi. I memorandum del Dipartimento di Stato, pur riconoscendo la freddezza dei rapporti indo‑americani, sostenevano la necessità di “non legare il futuro asiatico solo a regimi militari”. Ma in Pakistan fu letta come un’umiliazione. Da quel momento Islamabad cominciò a guardare con favore crescente verso Pechino, preludio a una collaborazione sino‑pakistana che avrebbe cambiato per sempre gli equilibri regionali. E i fatti di questi giorni lo dimostrano ancora una volta.

Nehru negli Stati Uniti: il fallimento dell’idillio

Pochi mesi dopo, nell’estate del 1961, fu la volta di Nehru. Kennedy volle offrirgli tutti i segni dell’amicizia americana: un’accoglienza trionfale, promesse di cooperazione, entusiasmo mediatico. Dietro le quinte, però, la diplomazia si muoveva tra irritazione e delusione. Gli americani scoprirono presto che il “non allineamento” indiano significava in realtà autonomia strategica, talvolta ostile a Washington.

Il viaggio si concluse in un disastro di comunicazione. Fonti interne al Dipartimento di Stato lo definirono “the worst head of state visit”: Nehru appariva distratto, sprezzante, poco incline al compromesso. Per la leadership americana, abituata a rapporti di fiducia militare con i propri alleati, fu un colpo culturale oltre che politico. L’India non sarebbe stata mai una pedina dell’Occidente.

L’eredità geopolitica di un errore

La perdita del Pakistan come perno della presenza americana in Asia segna, in retrospettiva, una delle più gravi miopie strategiche della Guerra Fredda. Kennedy trasformò un alleato operativo in un interlocutore sospettoso; alimentò la competizione indo‑pakistana invece di contenerla; e aprì, senza accorgersene, lo spazio per la penetrazione cinese a sud dell’Himalaya.

Quando, pochi anni dopo, Nixon e Kissinger riscoprirono il valore geopolitico di Islamabad nel viaggio‑ponte verso la Cina, il danno era ormai fatto. Da allora, il legame tra Stati Uniti e Pakistan non ha mai più posseduto la profondità strategica dell’era Eisenhower: è rimasto funzionale, contingente, spesso opportunistico.

Oggi come allora

Oggi, mentre Islamabad torna discreta protagonista nei rapporti tra Teheran e Washington, la storia di quella “alleanza disincantata” offre una lezione che la Casa Bianca sembra non aver ancora imparato: in Asia meridionale, la lealtà si costruisce.

E

ogni volta che gli Stati Uniti illudono se stessi di poter sostituire la sostanza geopolitica con il fascino dell’immagine o equilibrismi improbabili, finiscono per perdere ciò che contava davvero: un alleato che combatte.

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