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Il lavapiatti milionario che ha corso la maratona più veloce di sempre

Nel 2019 l’atleta kenyota Eliud Kipchoge disintegrò la barriera delle 2 ore: nessuno c’era mai riuscito prima

Eliud Kipchoge (Wikipedia)
Eliud Kipchoge (Wikipedia)

Vienna è avvolta da una coltre grigia. Il Prater fende il silenzio con il suo movimento costante e impercettibile. Intanto un raggio laser verde, proiettato sull’asfalto da un’auto elettrica che precede la corsa, indica il destino. È un metronomo luminoso, che si muove alla velocità di due minuti e cinquanta secondi al chilometro. Eliud Kipchoge abita dentro quel raggio, lo calpesta, lo sfida. Corre all’interno di una bolla di perfezione meccanica, mentre il mondo trattiene il fiato. Quando giunge sul traguardo il cronometro segna 1h59’40”. La folla accorsa ai bordi della strada si guarda stranita: nessun uomo ci era mai riuscito prima. Dodici ottobre 2019. Qui, alla Ineos 1:59 Challenge, hanno appena assistito ad un’impresa sovrumana: demolire il muro delle due ore per correre la distanza classica di una maratona, ovvero 42 km e poco più.

Un re che pulisce i piatti e lava i bagni

Per comprendere il miracolo compiuto da Eliud bisogna risalire fino ai 2.400 metri di Kaptagat, in Kenya. Lì abita un uomo che possiede milioni in banca e sceglie comunque la via della privazione. Perché Kipchoge è il monaco della maratona. Vive in un campo d’allenamento spartano, dorme in una stanza minuscola, pulisce i bagni comuni, lava i piatti e pure i panni, a mano, utilizzando un secchio di plastica. È un’ascesi necessaria per restare leggeri. Sotto la guida di Patrick Sang, mentore e ombra, Eliud trasforma il sudore in preghiera laica. Ogni settimana divora oltre duecento chilometri tra la polvere e il fango, mangia polenta di mais e beve tè zuccherato. Arriva a Vienna con la calma di chi ha già vinto la battaglia interiore nel silenzio degli altopiani. La preparazione è un’opera d’ingegneria sportiva che lambisce la follia. Ogni battito cardiaco è un dato, ogni grammo di carboidrato è un combustibile pesato chirurgicamente. Kipchoge arriva alla linea di partenza come un sistema biologico ottimizzato per sfidare l'impossibile. Impara a gestire il dolore come un ospite previsto, quasi gradito. Ai piedi calza scarpe futuristiche, armate da una piastra in carbonio che promette di farlo decollare, ma è la testa a fare la differenza. La sua forza risiede nella capacità di restare imperturbabile nel cuore della tempesta, mantenendo una postura che sembra ignorare la legge di gravità.

La danza delle lepri

La gara è una sinfonia meccanica guidata da quella scia verde fluo che detta il passo. Attorno a lui ruotano quarantuno lepri, i migliori mezzofondisti del pianeta, che si alternano per fargli da scudo contro il vento. Tutto, infatti, è pensato per mettere l’atleta kenyota nelle migliori condizioni possibili. Formano una "V" perfetta, un bozzolo umano che protegge il re e segue millimetricamente la traccia laser dell’auto di testa. Fermarsi qui, adesso, è un’ipotesi non più contemplabile. Kipchoge resta presente, dentro quel tempo ammassato e faticoso, senza mai concedersi di rallentare. Sorride quando l’acido lattico addenta i muscoli, perché sa che così può ingannare il cervello. Rilassa le fibre del volto, mentre tutto il corpo è dolente. È una maschera di serenità sopra un motore che grida.

L'ultimo confine

Il traguardo è un’epifania. Le lepri si scostano negli ultimi cinquecento metri e lo lasciano solo con la storia, finalmente libero anche dall'ossessione di quel raggio verde. Eliud accelera, batte le mani sul petto, attraversa la linea che nessuno è mai stato in grado di varcare così velocemente. Poco importa se le federazioni negheranno, poi, l’ufficialità del record per l’uso dei pacemaker o del laser come guida visiva. La storia è una grammatica di polvere mista a coraggio, mica una roba di timbri e burocrati. Kipchoge dimostra che l’impossibile è solo un’opinione che aspetta di essere smentita.

"No human is limited", dice alla fine, stremato, eppure con il fiato ancora regolare. È la verità inoppugnabile d’un uomo che corre più veloce della propria ombra e torna nel fango di Kaptagat, da vincitore, a lavare i suoi vestiti.

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