Stuart Cable, il batterista morto come Hendrix

«Voglio morire prima di invecchiare» diceva un inno dei Who che ancor oggi solletica la fantasia dei rocker trasgressivi. Venti giorni fa Stuart Cable, ex batterista degli Stereophonics, ha compiuto 40 anni e ricevendo il messaggio di auguri del chitarrista Kelly Jones rispose: «Non avrei mai pensato di arrivare a questa età». È sembrato un traguardo impossibile a uno che ha fatto della droga uno strumento professionale di prima necessità. Una macabra coincidenza, una tragica intuizione, una beffa del destino, insomma Cable, autodefinitosi lo «zombi cocainomane», è morto ieri alle 5.30 del mattino, nella sua casa nel sud del Galles dopo una notte di eccessi con gli amici. Se n’è andato come Jimi Hendrix, soffocato dal suo stesso vomito, mentre la sua ex band poche ore prima dimostrava ancora tutta la sua carica rock davanti a 30mila fan. In questo modo entrano nel mito tante star del rock o, a seconda dei punti di vista, finiscono male i balordi che scelgono la vita sulla corsia di sorpasso.
Come ogni «morte rock» che si rispetti, anche questa è circondata da un alone di mistero e le cause della morte le stabilirà il coroner. Come mai quello strano sms, che si sia suicidato? adombra qualcuno. Ma se sabato prossimo avrebbe dovuto suonare al Download Festival col suo nuovo gruppo, i Killing For Company, suvvia, dicono altri. «Sono choccato - annuncia Jones, il cantante degli Stereophonics che gli ha inviato il messaggio - la sua risposta mi gelò e replicai “vivrai fino a 100 anni amico mio”, e ci mettemmo d’accordo per bere una birra insieme uno di questi giorni».
Più che un mistero un po’ di senso di colpa da parte di Jones, che insieme all’omonimo bassista Richard Jones, nel 2003 cacciarono Cable dal popolare trio perché «era completamente fuori di testa. Pensava a tutto tranne che alla musica, soprattutto a tradire la moglie con la star della tv Lisa Rogers». «Più che un trio alla fine eravamo i due moschettieri contro il patetico clown drogato», ricordava Jones. Rimasto solo, precipita nel classico inferno della droga, una storia vista mille volte nel mondo del jazz (prendete Charlie Parker) e del rock da quando gli hippy volevano «espandere la coscienza». Le sue notti brave sono degne di Pulp Fiction, soprattutto quella in cui una sua amica andò in overdose di whisky ed eroina e rischiò di lasciarci la pelle nella sua stanza. Ma nell’ultimo periodo Cable non se la passava male; era tornato a vivere nella campagna del Galles, c’era il nuovo gruppo(che aveva persino accomagnato i Who), il figlio di 9 anni. Era a posto, insomma, anche se un vecchio amico ha confidato ai giornalisti: «Ci hanno raccontato che è morto soffocato dal vomito, terribile ma Stuart era un vero animale da party e se n’è andato come avrebbe voluto».
Gli Stereophonics delle origini erano un trio tosto; venivano dal Galles e univano la carica del rock anni ’70 con lo spirito del Brit pop degli Oasis. Esplodono nel ’98 con Performance and Cocktails, che sfonda nelle hit parade e in tre settimane diventa disco di platino, lanciandoli nel gran circuito dei concerti (per i loro spettacoli, nel periodo d’oro, si mobilitavano almeno 50mila persone). Oggi con loro alla batteria c’è Javier Weyler.

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