Stuprò e uccise trans, 20 anni in carcere

Un’auto bianca ferma ai bordi della strada. Due ragazzi che scendono. Si avvicinano a un transessuale. Lo aggrediscono. Poi lo caricano in macchina. Trenta secondi. Mezzo minuto di filmato ripreso dalle telecamere del Comune. Quello che le immagini non raccontano è l’orrore seguito al sequestro. Gustavo Rangel Brandau in arte Samantha, 30enne originario del Brasile, che viene prima picchiato, quindi violentato e infine gettato esanime in un fosso lungo la tangenziale, dove muore dissanguato. Via Novara, 29 luglio 2008. Sono le 5 e mezza del mattino. Il cadavere di Samantha verrà ritrovato solo una settimana più tardi, nella notte tra il 5 e il 6 agosto. Una crudeltà cieca, una brutalità oscena. Uccidere per il gusto di uccidere. E a bordo dell’auto bianca, due ragazzi. Uno è marocchino, non ha nemmeno diciotto anni e il Tribunale dei minori nelle scorse settimane l’ha condannato a 12 anni di reclusione. L’altro è un ragazzo italiano. Si chiama Davide Grasso, viene da Catania, di anni ne ha 22 e i prossimi venti li passerà in carcere. Omicidio volontario. Così, ieri, ha deciso il gup Bruno Giordano al termine dell’udienza con rito abbreviato, riconoscendo una provvisionale di 600mila euro ai genitori della vittima.
Alla scena, quella notte, assiste anche un altro transessuale. Un amico di Samantha. È lui che tenta di soccorrerlo, e per questo finisce a terra, aggredito dai due ragazzi. Ed è lui che denuncia la scomparsa di Brandau. «Ho cercato di chiamare subito il 113 - mette poi a verbale - ma ero troppo agitato». Oggi dice che «è stata fatta giustizia, molti trans spariscono ma nessuno lo sa, perché abbiamo paura di denunciare». Quella volta, invece, la denuncia la fa. E così iniziano le indagini. Basta una settimana per risalire ai colpevoli. Due tracce. La prima, è il filmato dell’aggressione, nel quale si distingue la targa dell’auto che era stata rubata. La seconda è l’impronta digitale del marocchino che gli investigatori trovano sulla portiera della macchina ritrovata nelle ore successive all’aggressione in via Bagarotti. Senza un copertone, con il motore ancora acceso e sporca di sangue. Il minorenne vive nella comunità di don Gino Rigoldi, ha precedenti penali per furto e uso di sostanze stupefacenti. Viene fermato nel tardo pomeriggio del 5 agosto. Interrogato dal pm Roberto Pellicano (che ha chiesto una condanna a 30 anni), confessa e fa il nome del complice. Il suo racconto è uno sprofondo impietoso. Dice che dopo aver sequestrato la vittima ed essere tornato indietro con il complice per recuperare la borsetta del trans caduta a terra, si sono accaniti sul brasiliano. Lo accoltellano più volte alle braccia, lo picchiano, lo brutalizzano sessualmente. Gli rubano 60 euro che aveva nella borsa. Gliene chiedono altri. Samantha cerca di scendere dall’auto, ma inutilmente. A «lavoro» finito, lo scaricano in un fosso. Davide Grasso viene raggiunto dalla polizia nell’abitazione della madre. L’unica cosa che sa dire è che tutto è successo perché lui e il complice erano imbottiti di cocaina e alcol. Coca e alcol. E basta. Banale fino all’inverosimile. Atroce fino al disumano.

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