Sudafrica, «superman» Semenya diventa un simbolo anti-bianchi

Caster Semenya, l'atleta sudafricana vincitrice degli 800 metri femminili ai campionati mondiali di Berlino ma sospettata - per il suo aspetto e la sua voce - di avere troppi ormoni maschili per poter competere con le donne, non è più solo un caso sportivo: da quando la Federazione internazionale ha deciso di indagare sul suo sesso è diventata suo malgrado un'eroina della lotta contro il razzismo, una bandiera dell'Africa discriminata e umiliata dai bianchi, e ora anche uno strumento della sinistra dell'African National Congress nel conflitto interno del movimento.
Nonostante le mezze ammissioni anche di persone a lei vicine, nonostante il discreto invito della Federazione internazionale a non schierarla ai nastri di partenza, i dubbi avanzati sulla legittimità del suo trionfo sono stati interpretati in Sudafrica come un affronto: «Un mondo malvagio - ha sintetizzato un giornale - vuole guardare sotto le mutande della nostra nazione e arrogarsi il diritto di valutare quello che vede». Altri media hanno addirittura paragonato la vicenda di Caster, una diciottenne originaria di uno sperduto villaggio ai confini dello Zimbabwe, con quella di Sartie Baartman, una donna ottentotta che nell'Ottocento fu portata in Inghilterra ed esibita come un animale nelle fiere. Altri ancora hanno scatenato una specie di caccia al delatore, arrivando alla conclusione che a mettere in moto l'indagine era stato un non meglio identificato giornalista sudafricano di razza bianca. Mandla Mandela, il nipote del premio Nobel, ha dichiarato che «un'atleta bianca non sarebbe mai stata trattata in questo modo».
Erano diversi giorni che una parte dei media sudafricani soffiava sul fuoco della presunta discriminazione, ma l'affare ha preso una piega decisamente politica solo lunedì, al ritorno di Caster e degli altri atleti da Berlino. Ad attenderla c'erano alcune migliaia di persone, in gran parte convogliate all'aeroporto dal partito di governo, che cantavano canzoni della guerra di liberazione contro l'apartheid e lanciavano minacce contro chi oserà sottoporre la campionessa a nuovi esami. A guidarli era il capo della Lega giovanile dell'ANC, Malema, un ben noto estremista che a un certo punto ha gridato: «Dove sono i sudafricani bianchi? La loro assenza rivela da che parte stanno». Due ore dopo, la Semenya e i suoi colleghi sono stati ricevuti solennemente dal nuovo presidente, Jacob Zuma, che nell'abbracciare la ragazza ha ribadito che il suo governo non permetterà che le venga tolta la medaglia; e ieri, per rendere la solidarietà ancora più evidente, Caster, la «ragazza» che fino a quindici giorni fa nessuno conosceva e ancor oggi fatica a spiccicare quattro parole in pubblico è stata ricevuta da Nelson Mandela in persona.
Chi segue la politica sudafricana non è stato colto di sorpresa da questi eventi. Il governo è da tempo in difficoltà per la crisi e l'ala sinistra della coalizione (partito comunista e sindacati) ne attribuisce sempre più spesso la colpa alla minoranza bianca, che detiene ancora molte leve del potere economico. Zuma stesso è stato messo sotto processo per avere affidato i dicasteri economici non a ministri neri, ma a due indiani, un meticcio e un bianco. Nello stesso tempo, nell'ANC si sta rafforzando il razzismo al contrario, al punto che alcuni suoi esponenti sospettano che il resto del mondo speri in un fallimento degli imminenti mondiali di calcio per dimostrare l'inferiorità degli africani. L'affare Semenya ha fornito un pretesto ideale per portare questi conflitti alla ribalta internazionale, e in un certo senso è servito anche a Zuma per distrarre l'opinione pubblica dai problemi della povertà e della disoccupazione. Ma giocare con i temi del razzismo, in un Sudafrica dai fragilissimi equilibri, potrebbe avere ripercussioni molto pericolose.

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