Szell, un "bisbetico" dall'eredità mai domata

Il direttore d'orchestra, morto 50 anni fa, era famoso per la precisione maniacale e i metodi "spartani"

Si narra che il grande pianista Vladimir Horowitz cadesse nella sua maggiore depressione per un sarcastico commento del direttore d'orchestra ungherese naturalizzato americano George Szell (1897-1970), con cui aveva lavorato per il suo Giubileo d'argento. Szell, mentre contemplava un quadro di un pulcinella di Picasso che Horowitz aveva appeso in salotto, aveva paragonato la personalità del pianista a quella di un clown. Horowitz, che già sentiva di non essere più apprezzato come prima, crollò: gli strizzacervelli del tempo lo sottoposero a due cicli di elettroshock che compromisero la memoria del repertorio e gli prescrissero farmaci quasi mortali con cui si trattavano i soldati traumatizzati dalla guerra.

Storie come questa circolavano a dozzine sul carattere sarcastico e crudele di Szell, che non provava rimorso nel dire a Rubinstein che quel concerto che stavano provando lo aveva suonato meglio Schnabel. Ma quando morì, cinquant'anni or sono, Szell godeva di eguale stima sui due versanti dell'Oceano Atlantico, conteso ospite a Vienna, Amsterdam, Salisburgo, Berlino e sempre fedele alla Cleveland Orchestra che, sotto la sua guida tirannica e spietata, aveva portato fra le Big Five americane, accanto alla New York Philharmonic, guidata in quel periodo da Dimitri Mitropoulos e poi da Leonard Bernstein, alla Philadelphia Orchestra (Stokowski-Eugene Ormandy), alla Boston Symphony Orchestra (Koussevitzky-Charles Munch), alla Chicago Symphony (Fritz Reiner-Jean Martinon-Georg Solti). E nelle tournée europee si guadagnò l'ammirata reputazione di avere creato l'orchestra più tecnica del nuovo (e vecchio) mondo. Tutti lo rispettavano, parecchi lo detestavano, come il Sovrintendente del Met, Rudolf Bing, che si professava primo nemico di Szell, come la Signora Szell diceva che il carattere del marito era il suo peggior nemico.

«A Cleveland cominciamo nel punto in cui molte orchestre hanno finito», soleva ricordare con un'affermazione che per altri sarebbe stata avventata. Lo poteva dire, nonostante nel decennio precedente al suo regno (fu direttore musicale dal 1946 al 1970) i musicisti di Cleveland avessero avuto a che fare con un direttore non certo facile e trascurato come il polacco Arthur Rodzinski. L'impatto Szell fu molto traumatico. Non solo sostituì nel primo anno due terzi dell'orchestra, ma sottopose sopravvissuti e sostituti a un lavoro quotidiano meticolosissimo che richiedeva dedizione assoluta e ferree regole di comportamento per tutti. Perfino negli intervalli dei concerti convocava dietro le quinte le prime parti dell'orchestra e riprovava ancora quanto avrebbero suonato nella seconda parte del concerto.

Ancora alle fine degli anni Novanta era possibile vedere un violinista di Cleveland portare capelli lunghissimi. A chi dei colleghi gli chiedeva cosa avrebbe detto Szell di un capellone, rispondeva che non se li era tagliati apposta da quando era morto Szell.

La cura Szell ebbe i suoi tangibili effetti musicali. Il direttore stabile iniziava il lavoro certosino di lettura a sezioni separate (archi, ottoni, fiati). Dopo la pulitura cominciavano le prove d'assieme, per affinare struttura, fraseggio ed equilibrio fonico. Otteneva così quell'accuratezza di intonazione, quella precisione ritmica e chiarezza architettonica, caratteristiche fino ad allora quasi esclusive dei migliori gruppi cameristici. I classici del repertorio romantico della sua Mitteleuropa Szell era ungherese di nascita, maturato prestissimo come assistente di Richard Strauss a Berlino -, da Beethoven a Brahms, da Dvorák a Mahler fino ai moderni (Stravinskij, Hindemith e Walton), vennero considerati a giusta ragione modelli esecutivi difficilmente superabili.

Il terrore non attanagliava solo i musicisti. Perfino un soprano della fama mondiale e della sicurezza vocale della super-soprano wagneriana Kirsten Flagstad confessava di sentirsi a disagio con i metodi spartani e duri di Szell. Ma quando stimava un artista mostrava estrema cortesia e sapeva seguirlo come pochi, lo provano i dischi raccolti per il cinquantenario da Warner Classics: incisioni difficilmente superabili come i Lieder di Mahler e Strauss con i fuoriclasse Dietrich Fisher-Dieskau ed Elisabeth Schwarzkopf, i concerti di Brahms per violino e il Doppio con David Oistrakh e Rostropovich, i cinque concerti di Beethoven per pianoforte con Emil Gilels.

C'era anche chi considerava eccessivo il culto di Szell per un suono trasparente e per l'ordine formale. Per qualcuno era una copia di Toscanini senza genio e meno emotivo. A questi rilievi l'interessato replicava: «Fra accuratezza e freddezza, fra buon esercizio e prove accanite c'è una differenza sottile come la carta velina. Il calore, per esempio, ha molte sfumature differenti: in Mozart è innocente, in Cajkovskij sensuale; in Fidelio è sublime, in Salome provocatorio, però tutte le sfumature sono considerate ugualmente calde. Per quel che so la grande arte non è né confusa né disordinata».

La differenza sottile di cui parlava Szell la misurarono e la misurano tutt'ora i suoi successori, che non sono riusciti a uscire dal suo cono d'ombra, o peggio, dal grigiore burocratico. Christoph von Dohnányi (direttore stabile dal 1984 al 2002) ironicamente disse: «Quando suoniamo all'estero e facciamo un buon concerto, il fu George Szell riceve una buona recensione».

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