Tassare i Bot? Ultimo assalto ai risparmiatori

Inasprire la tassazione sulle rendite finanziarie è una grande sciocchezza. Non ne parleremmo, se non fosse che il tema oggi è ritornato prepotentemente di moda. E per di più non per merito di qualche minoranza ideologica: non si tratta dunque di una provocazione di qualche barbudos di piazza Euclide. Ne parla Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera e sul Foglio. Diego della Valle, in un’intervista a Repubblica, lascia un piccolo spiraglio aperto. Oggi in Italia gli interessi sui Bot e i guadagni di capitale sulle azioni godono di un trattamento fiscale relativamente favorevole che li vede colpiti al 12,5 per cento. In un Paese in cui si tassa anche il respiro e con aliquote ben più alte, le rendite finanziarie rappresentano un territorio di caccia vergine. Nel resto del mondo occidentale sui frutti del capitale si pagano tasse più alte. Perché allora si tratta di una sciocchezza? E cosa ha acceso questa importante vague fiscale? Intanto bisogna sottolineare come la proposta oggi sia più sottilmente pericolosa di quanto avvenisse nel passato. Non solo per chi se ne fa portavoce. Ma per uno scambio esplicito che essa contiene. Le maggiori tasse sulle rendite sarebbero giustificate da una parallela riduzione delle imposte sul lavoro. Et voilà, il piattino demagogico è servito. Se fosse però solo tale, demagogico, non varrebbe la pena occuparsene. C’è qualcosa di più. Vediamo.
Sono varie le cause scatenanti di questo ritorno di fiamma fiscalista. La prima, inconfessabile e vigliacchetta, è quella di rendere difficile la vita allo scudo fiscale tremontiano. Riportare i capitali in Italia con il rischio di un prossimo inasprimento fiscale è l’incubo degli evasori alla ricerca di uno scudo e nel contempo l’argomento più forte della propaganda svizzera. Lo scudo fiscale sarà più o meno un successo anche in funzione di questi argomenti light: seminare qualche autorevole dubbio e alimentare latenti paure fa il suo effetto.
La questione è però più propriamente politica. Perché Giavazzi oggi la pensa come Bertinotti? In fondo l’obiettivo politico, non quello economico, è il medesimo: disarticolare il blocco sociale del centro destra. La sirena fiscale, come abbiamo detto, è più sofisticata: aumentiamo le imposte sui Bot e diminuiamole nel contempo sul lavoro. Si agisce così sui due emisferi del nostro cervello fiscale: in principio si colpiscono i patrimoni dei ricchi nullafacenti, ma si detassano quelli dei solidi lavoratori. Troppo bello, ovviamente, per essere vero. I due insiemi sono sovrapposti: i rentier e gli sgobboni in Italia sono la stessa merce. Il risparmio è talmente diffuso e parcellizato che la sua tassazione inevitabilmente colpisce anche il lavoratore. Gli economisti, e in questo ha ragione Tremonti, tendono a utilizzare troppo spesso modelli per raccontare e costringere una realtà poliforme. Non esiste, dalle nostre parti, separazione netta tra classi di reddito nei propri gusti finanziari. Inventare questa distinzione può avere una ragione ideologica: è il caso della tesi marxiana. Ma nella nostra storietta, la motivazione è tutta politica. Utilizzare un argomento berlusconiano (riduciamo le tasse sul lavoro, oppure tagliamo le aliquote Irpef) per colpire proprio il popolo berlusconiano (tassiamo Bot e azioni): è ragionevole, ovviamente, ridurre le imposte, ma non sbattendo contro il muro dell’aumento delle stesse.
Fino a poco tempo fa gli stessi proponenti l’aumento delle tasse sui capital gain, non erano in prima fila a richiedere la riduzione dell’Irpef, ma piuttosto ci raccontavano (e con buona ragione) che era opportuno ridurre la spesa pubblica. Oggi devono avere cambiato idea. Ma non possono averlo fatto al punto tale da dimenticare che la tassazione del risparmio in gran parte dei casi è una doppia tassazione. I tanti quattrini investiti dagli italiani in Bot e i pochi investiti in Borsa non arrivano da personali stamperie di carta moneta: bensì dal frutto del lavoro. Sono già passati dunque sotto la mannaia della nostra tassazione sovietica. Adesso ci svegliamo e diciamo: per diminuire le imposte sul lavoro aumentiamo quelle sul reddito. Bella trovata.