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"Non voglio piazzare idee ma spiazzare il pubblico"

L’attrice Chiara Francini da stasera in scena a Milano con lo spettacolo "Forte e Chiara": "Piaccio perché non 'vendo' nulla"

"Non voglio piazzare idee ma spiazzare il pubblico"
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Molto amata e tanto criticata: da destra, da sinistra e dai social, ma soprattutto da se stessa, visto che si autodefinisce «una donna di merda». Per non parlare delle polemiche che ha scatenato: basti ricordare Sanremo 2023 con il testo sulla maternità mancata o, nel 2024, la chiusura anticipata del suo show televisivo.

Oggi Chiara Francini, attrice, scrittrice, autrice, conduttrice, è in uno dei suoi – e ne ha avuti parecchi - momenti topici: è a teatro in tournée con Forte e Chiara da due anni sulle scene, da oggi (martedì 10 febbraio) torna a Milano al Carcano, al cinema con Agata Christian. Delitto sulle nevi , nel 2025 in libreria con Le querce non fanno limoni (Rizzoli). In Forte e Chiara , monologo autobiografico «fuori luogo, fuori dai denti e fuori misura», come lei stessa si definisce, dallo stile in bilico tra stand up comedy e confessione, Francini non si risparmia e non risparmia nulla al pubblico: stereotipi, illusioni e percezioni di identità femminile, maternità, emotività setacciate in un mix di narrazione, teatro civile, avanspettacolo.

Che cos’ha di speciale quello che dice Chiara Francini?

«L’autenticità, forse. Che non significa andare di pancia. È un lavoro che poggia sull’uso dello spirito critico. Autenticità non è una parola addomesticabile, non è quella che oggi va di moda. È un atto politico: dire ciò in cui credo assumendomene le conseguenze. Sono disposta a perdere qualcosa pur di non tradirmi. La mia non è una posa: è una scelta che costa, ma che non è contrattabile. Penso che il pubblico mi ascolti — parlo dei libri che scrivo, dei pezzi che scrivo, dei monologhi, delle opinioni — perché capisce che non “vendo” nulla».

Spiazzare sembra il suo approccio all’esistenza: funziona?

«Il mio pormi non ha a che fare con lo stupire. Dipende da come fai le cose».

Destra, sinistra, social: che senso hanno per lei critiche e appartenenze?

«Mi interessano tutte e nessuna. Nessuna se sono frutto di una semplificazione estrema e autoritaria. Hanno un grande peso se riflettono e veicolano un pensiero critico. Quando sostituiscono il pensiero, quando diventano identità rigide, slogan, tifoseria, smettono di essere strumenti e diventano gabbie. Credo nel dubbio come forma di rispetto dell’intelligenza ».

Si sente ancora una “provinciale”?

«Lo sono. Nel bene e nel male siamo ciò che siamo perché siamo stati nutriti o denutriti da quel posto».

Guarderà Sanremo? O magari farà una capatina?

«Certo che lo guarderò. Sanremo è un rito collettivo, un grande teatro popolare. Lo si può criticare, amare, discutere, ma racconta sempre qualcosa di noi come Paese».

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