Il parcheggio principale di Salisburgo accoglie il visitatore con il logo dei tre festival musicali cittadini, esposto già all’uscita tra ascensori e cunicoli che conducono direttamente in centro. Il messaggio è chiaro: la città vive dei suoi festival, di Pasqua, di Pentecoste e d’estate. Accade dal 1920, quando, dopo la Prima guerra mondiale, prese forma l’idea di un festival della pace nella città di Mozart; poi ne vennero lanciati altri due.
Da quest’anno, per il Festival di Pasqua, che dal 1967 si svolge tra la Domenica delle Palme e il Lunedì dell’Angelo, sono tornati i Berliner Philharmoniker guidati da Kirill Petrenko. Entro il 2030 realizzeranno la Tetralogia wagneriana, avviata in questi giorni con il primo dei drammi, L’Oro del Reno. Sul podio dei Berliner, per Brahms e Haydn, si alternano Daniel Harding e Tugan Sokhiev. È sold out da quest’autunno tutto ciò che porta la firma Petrenko; disponibilità ancora aperta per gli altri appuntamenti. La dichiarazione d’amore per questo direttore siberiano, poi migrato in Austria, è manifesta. E lui ricambia con un’esecuzione che mette in ombra i Wagner sentiti ultimamente in giro per il mondo, dalla Scala al Covent Garden. Esecuzioni come queste chiariscono in cosa consista la differenza tra il “ben fatto” e il “fatto con arte”. Già il Preludio è un’esperienza sacrale: il suono nasce da cellule minime, si espande con gradualità millimetrica, costruendo un arco che restituisce l’idea wagneriana dell’origine del mondo.
La regia di Kirill Serebrennikov colloca l’azione in un paesaggio post-apocalittico: un deserto roccioso in cui l’oro è ghiaccio e dove si tenta di ricostruire un ordine, ma il potere dell’anello riattiva subito dinamiche di dominio, corruzione e distruzione. Il mito si fa riflessione ciclica: ogni rinascita contiene già la propria fine. Non convince il flusso continuo di immagini filmiche che accompagnano l’intera opera, eseguita senza intervalli come un rito sacro. Ennesimo esempio di ridondanza visiva cara alle regie di ultima generazione, assillate dall’horror vacui: ma quando nella buca d’orchestra disponi dei Berliner diretti da Petrenko, allora chiudi gli occhi e ascolti il racconto musicale della violenza, della perdita dell’innocenza, della fiaba e del truculento.
Per Petrenko, il ciclo wagneriano in Austria ha anche un valore personale: «Questa è tutta la mia vita», ha detto. «L’Austria è la mia patria d’adozione. Qui sono cresciuto musicalmente, tra Vienna e il Vorarlberg.
Restituire qualcosa a questo Paese è un’opportunità molto speciale». Così come a Berlino assicura una presenza costante e assoluta, rinunciando ai plurimi incarichi che oggi sono l’assillo di tanti direttori musicali, perennemente con la valigia in mano.