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L'Europa mette i Pasdaran tra i terroristi. La milizia che fattura 12 miliardi l'anno

Uno Stato nello Stato, controlla l’economia del Paese

L'Europa mette i Pasdaran tra i terroristi. La milizia che fattura 12 miliardi l'anno
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«Marg bar America, marg bar Israel», morte all’America e a Israele, gridavano i Pasdaran al fianco dei giovani aspiranti suicidi che addestravamo in una grande caserma di Teheran nel 1985. A piedi scalzi e petto nudo correvano inquadrati sotto i fiocchi di neve e ripetevano all’infinito lo slogan contro l’Occidente. Gli istruttori dei Guardiani della Rivoluzione, anche loro scalzi e a petto nudo a zero gradi, stavano preparando le giovani reclute dei Basij ad immolarsi saltando in aria sui fitti campi minati della palude di Fao per aprire un varco al grosso delle truppe.

La guerra Iran-Irak, durata quasi 10 anni, avrebbe provocato oltre un milione di morti. Uno scatto dei giovani kamikaze l’ho pubblicato come foto del mese su Time-Life sotto un titolo che non lasciava dubbi: «Marciando per diventare martiri». Nel sanguinoso conflitto degli anni ’80 si sono forgiati così i Sepah-e Pasdaran fondati dall’ayatollah Ruhollah Khomeini per difendere in eterno la Repubblica islamica. Combattenti temibili e ideologizzati da Corano e moschetto, che l’Ue ha dato il primo ok all’inserimento nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Dopo aver sanzionato perla sanguinosa repressione delle proteste 15 personalità iraniane compresi 4 comandanti Pasdaran e il ministro dell’Interno, Eskandar Momeni, che ricopre pure «la carica di vicecomandante in capo del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica».

I Pasdaran, 210mila uomini, sono un forza armata autonoma con truppe di terra, di mare, dell’aria e una divisione aerospaziale che controlla l’arsenale missilistico dell’Iran. Oltre ai 15mila membri della brigata Al Qods (Gerusalemme) specializzata in operazioni all’estero e nell’appoggio alle milizie sciite in Irak, ai giannizzeri di Hezbollah, Hamas e Houthi. Il loro leggendario capo era Qassem Soleimani, il Rommel iraniano incenerito da un drone Usa nel 2020 vicino all’aeroporto di Baghdad su ordine di Donald Trump al primo mandato. I Pasdaran non sono solo una forza militare, ma «uno stato nello stato», che controlla l’economia e la politica. Si calcola che un terzo del tessuto economico del paese sia nella mani dei Guardiani della rivoluzione, che contano su in giro d’affari di oltre 12 miliardi l’anno. Per non parlare della loro banca, Sepah, già ampiamente sanzionata e delle mani dell’industria militare, soprattutto droni e missili, oltre al delicato arricchimento dell’uranio.

Quando mi sono seduto accanto a Mahmoud Ahmadinejad per scambiare due parole in farsi, nel 2008, durante la sua contestata visita alla Fao a Roma, il presidente della Repubblica islamica era al primo mandato. Poi ne ha fatto un altro e non ha mai dimenticato di essere stato un Pasdaran della prima ora. Alla fine è caduto in disgrazia e la guida suprema Ali Khamenei l’ha fatto depennare da nuove candidature. Però lo scorso agosto ha messo al fianco dell’attuale presidente, una vecchia conoscenza e braccio destro, per un periodo, di Ahmadinejad, l’ex generale dei Guardiani della rivoluzione, Ali Larijani. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, uno degli organi più potenti del Paese, si è distinto nel fare schiacciare la rivolta di gennaio.

Figura emergente se gli americani decidessero di eliminare Khamenei. I vertici dei Pasdaran, i veterani, sono stati decapitati dagli israeliani nella guerra dei 12 giorni, ma i Guardiani della rivoluzione, si rigenerano come l’Idra. Ogni volta che tagli una testa ne risorge un’altra.

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