Torna il giallo del Re buono

E se le cose non fossero andate così? Se Umberto I avesse declinato l’invito al saggio della Forti e liberi e la notte del 29 luglio 1900 non fosse giunto all’appuntamento col destino e col mirino di Gaetano Bresci, sopra una carrozza lungo il viale per la villa reale di Monza, come sarebbero andate le cose? A scuola abbiamo imparato il nome dell’assassino; l’aneddotica ce lo dipinge come inseparabile dalla sua macchina fotografica, ma la Storia lo liquida come «l’anarchico che venne dall’America», secondo la definizione di un bel saggio di Arrigo Petacco. «Possibile che sulla piazza non ci fossero altri anarchici in Italia?», si domanda Giorgio Galli, politologo e docente di Storia delle dottrine politiche alla Statale. É lui ad aver rimesso mano alla vicenda insieme con Paolo Zenoni, docente di Discipline dello spettacolo alla Bicocca. Il loro obiettivo? Non certamente riscrivere la storia, ma cercare di capirla soprattutto quando chi avrebbe dovuto farlo di mestiere ha tralasciato di approfondire. Parte da questa considerazione e dalla curiosità per alcune dimenticanze ed altrettante lacune con cui la storiografia (volontariamente) ha centellinato e distillato certe verità, il nuovo progetto dell’associazione culturale di teatro storico Appi le cui ricerche, curate da Galli e Zenoni, si sono concentrate su uno degli episodi chiave del volgere del secolo scorso: l’assassinio di Umberto I. Ma attenzione: il regicidio non finirà né sul palco né in scena. Bensì sarà ambientato e ricostruito là dove esattamente 109 anni fa accadde davvero. Sarà la villa reale di Monza a fare da sfondo a questo controverso capitolo della nostra storia moderna, grazie alla committenza del Comune di Monza e alla collaborazione con il centro di documentazione Residenze Reali lombarde. La villa monzese ha atteso per anni di tornare protagonista: per chi ne percorre ogni giorno i viali, il suo profilo immaginato dal Piermarini è poco più che la quinta di scena di una meta da raggiungere, vincendo traffico e ritardi. In pochi saprebbero indicare il punto dove sorge il memoriale dell’assassinio e sono ancora meno coloro che hanno avuto la fortuna di vederne il pugno di stanze restaurate, dato che ancora tortuoso si annuncia l’iter che dovrebbe regalarle un futuro nella nuova Provincia. Intanto ecco però pronto un ruolo che faccia di lei «La Villa della Storia»: Appi, forte del suo nucleo storico di attori, ha imbastito un progetto biennale al via in autunno, dal 9 all’11 ottobre, con il primo atto: «Dopo gli spari - spiega Zenoni -, sulla scena irrompe Vittorio Emanuele III che stabilisce di chiudere la villa, murare gli accessi alla palazzina di caccia dove il padre “visitava“ la contessa Litta». Già, chiudere con il passato senza spiegarlo veramente: «Sono numerose le incongruenze di questa periodo», prosegue Galli. Tre gli spari, quattro i proiettili, tanto per cominciare. Fulmineo il processo: solo 10 ore per stilare una condanna a morte. Controverso il rifiuto dell’incarico difensivo da parte di Filippo Turati, come vano fu il tentativo di difesa del collega Francesco Saverio Merlino. E questo è nulla rispetto a quanto accadde, o crediamo sia accaduto, poi a Ventotene nel carcere di Santo Stefano, dove Bresci fu imprigionato e trovato impiccato ad un lenzuolo pochi mesi dopo, nel maggio 1901. Processo, sentenza e condanna saranno il canovaccio del secondo atto del progetto che andrà in scena nel 2010, sempre nei saloni della villa reale: «Com’è possibile che entrambi i secondini che dovevano guardare a vista il prigioniero si siano allontanati in contemporanea?», si chiede Galli. Gli fa eco Zenoni a ricordare la fulminea promozione del direttore del penitenziario dopo la morte di Bresci. Mentre non può che insospettire che Bresci, proprio nel giorno in cui avrebbe deciso di farla finita, avrebbe al contempo disposto di comperarsi alcuni generi di conforto allo spaccio della prigione in aggiunta a quella cena che non consumò più. Spariti gli incartamenti, del Bresci prigioniero, matricola 515, è rimasto solo un berretto. Il destino di Bresci, una pedina per far voltare pagina alla storia, dunque. Ma cui prodest?, a chi giovò l’assassinio del «Re buono»? Passi la reazione alla strage di Bava Beccaris che aveva aperto il fuoco, nel maggio 1900, sui milanesi e si era ritrovato sul petto una medaglia appuntata dai Savoia. «Questo può essere il contesto in cui è maturato il gesto. Ma non basta: qualcuno avvalorò la tesi anarchica, spiegano Zenoni e Galli, ma Bresci non divenne mai protagonista delle loro agiografie. C’è chi ha poi ricordato come Sofia, moglie di Francesco II re delle Due Sicilie, avesse frequentazioni anarchiche nella sua dimora parigina e qualche interesse a rivendicare, morto il marito, la legittimità della corona dei Borbone sul regno d’Italia rispetto a i Savoia. L’uscita di scena di Umberto I spianò al strada alla politica di Giolitti e a un periodo di distensione. «Noi però - chiosano Galli e Zenoni - avvaloriamo una terza ipotesi». Tutta da scoprire. A teatro. Anzi in villa.

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