Controstorie

Torna la leva obbligatoria. E tocca anche alle donne

La decisione non è gradita a tutti a Rabat. Ma il re vuole frenare il traffico di migranti e servono soldati

Torna la leva obbligatoria. E tocca anche alle donne

Per il Marocco si tratta di una svolta epocale: dopo dodici anni torna la leva militare obbligatoria e sarà persino estesa alle donne. La notizia, annunciata in prima persona da re Mohammed VI, ha destato un certo scalpore non solo a Rabat, ma in tutti i Paesi della fascia sahariana. Si è trattato di una sorta di fulmine a ciel sereno che ha preso in contropiede il premier Saad Eddine El Othmani e i suoi ministri. Il monarca ha parlato alla nazione dalle Seychelles, dove si trova in vacanza, spiegando che il ripristino del servizio militare obbligatorio in Marocco interesserà uomini e donne tra i 19 ed i 25 anni (cioè il 44% della popolazione). Il disegno di legge verrà approvato entro i primi giorni di ottobre dal Consiglio dei ministri per poi transitare in Parlamento. La legge che istituì il servizio militare obbligatorio in Marocco risale al 1966: prevedeva il reclutamento dei marocchini compresi tra i 18 e i 30 anni. La leva, che durava 18 mesi, consisteva in un addestramento di base che consentisse di contribuire efficacemente e in tutte le circostanze alla difesa della Patria oltre che in una formazione tecnica e più professionale. Nel 1999 un ritocco alla legge aveva ridotto il servizio militare a 12 mesi, per quanti avessero tra i 20 e i 40 anni. Nel 2006 venne abolita per ragioni economiche. I giovani dovranno indossare un uniforme per un anno e il servizio sarà reso obbligatorio anche per gli studenti, costretti a congedarsi dai corsi universitari. Il ripristino del servizio militare, ha spiegato Mohammed VI, «mira a rafforzare il senso di cittadinanza nei giovani e ad aprire il percorso di integrazione nella vita professionale e sociale». Questa però è una dichiarazione di facciata offerta in pasto ai cronisti, in realtà la casa reale gioca la carta della leva per sigillare i confini e frenare da un lato il flusso migratorio proveniente dall'Algeria e dal Sahara occidentale, e dall'altro rendere più sicure le zone a ridosso dell'enclave spagnole di Ceuta e Melilla, teatro soprattutto negli ultimi mesi di disordini e incidenti. La chiusura della rotta italiana infatti non ha fermato il flusso migratorio verso l'Europa, semplicemente l'ha deviato verso il Marocco e da lì alla Spagna. Le mafie che operano sul Mediterraneo come vere e proprie agenzie viaggi chiedono fino a tremila euro per attraversare lo Stretto. Attualmente l'esercito marocchino dispone di circa 200mila professionisti in servizio attivo. Si stima che la spesa per la leva ammonterà a 4 miliardi di dollari, ragione per cui il ministro dell'Economia Mohamed Busaid si è rifiutato di prendersi carico della questione presentando le dimissioni.

Secondo il parere di alcuni analisti, questa decisione violerebbe lo spirito della Costituzione del 2011, approvata dopo le proteste della «primavera araba» al fine di concedere maggiori poteri al Parlamento, al capo del governo e ai partiti politici. Il settimanale marocchino Telquel ha pubblicato un rapporto non consueto per la stampa dal titolo «Il silenzio del palazzo», sostenendo che le misure predisposte dal re non sono del tutto democratiche. Parole di fuoco sono state espresse da Hassan Chami, l'ex capo di gabinetto del padre di Mohammed VI, Hassan II. Nell'articolo critica le modalità della reintroduzione al servizio militare obbligatorio: «È vero che prima di adottare la legge ci sarà un dibattito parlamentare, ma è già stato svuotato di contenuti. Il modo di agire è sempre il medesimo: il potere decide e noi dobbiamo eseguire».

La casa reale non prende in considerazione le critiche e il monarca va avanti per la propria strada, ben sapendo che aumentando il sistema di sicurezza nel Paese otterrà un ritorno economico importante sia sotto l'aspetto del turismo (vera macchina trainante del Marocco) sia in quello dei rapporti diplomatici con l'Europa. La strada dell'innovazione è stata tracciata, lo si evince anche dalla leva estesa a un milione e mezzo di donne. Di fatto una prosecuzione del decreto del gennaio 2017 che ha portato alla conversione di tutte le aziende di tessuti che producevano il tristemente celebre burqa. Il re si è affidato in questi ultimi anni molto più ai consigli della consorte Lalla Salma, di casa nei salotti buoni di Londra e Parigi, e quindi con una visione decisamente più occidentale, che ai propri collaboratori. Ha promosso riforme politiche, economiche e sociali, assicurando stabilità al proprio regno e riducendo le possibilità di manovra dei gruppi integralisti vicini ai salafiti. È visto dai sudditi come il garante della pace, anche in considerazione del fatto che alla monarchia non sembrano esserci alternative praticabili, senza cadere nel fanatismo e nell'intolleranza emersi altrove. Nonostante le critiche dei detrattori, il cambio di rotta è radicale. Non dimentichiamo che Mohammed VI non più tardi di dieci anni fa ordinò la chiusura di una rivista di gossip e l'arresto del direttore, colpevoli di aver fotografato la moglie Lalla a piedi nudi. Nell'islam più radicale infatti le uniche parti che una donna può tenere scoperte sono il viso e le mani, da qui la disposizione drastica. Oggi quel tipo di censura è soltanto (per fortuna) un lontano ricordo.

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