Tosava le pecore in Africa Finché un giorno non mise in posa Agnelli...

Era apolide. Oggi è italiano per scelta. Dall’Egitto suo nonno mandava a stirare le camicie a Londra. Ha fatto mille mestieri e tre copertine per «Time» che l’hanno eletto ritrattista ufficiale dei Vip

Ogni volta che Bob Krieger ha posizionato un Vip davanti all’obiettivo Zeiss della sua Hasselblad 500 meccanica, si trattasse di Bill Gates o di Gianni Agnelli, di Silvio Berlusconi o di Umberto di Savoia, di Indro Montanelli o di Paolo Bonolis, ha dovuto mettercela tutta per trattenersi: «Altrimenti potevo morire dal ridere. E lo sa perché? Nel ritrattato io vedo sempre l’espressione di una pecora tosata». Questo era mezzo secolo fa il grande fotografo milanese, niente più che un tosapecore, in una puzzolente fattoria di Port Elizabeth, in Sudafrica. Sveglia alle 4 del mattino, migliaia di ovini da governare, montagne di lana da cardare, «un’esperienza che mi ha insegnato il rigore della necessità e il valore della disciplina».
Era arrivato sull’Oceano Indiano da Alessandria d’Egitto, sempre Africa, dov’è nato il 7 settembre 1936 da madre siciliana e da padre prussiano. Non sapeva che la vita lo avrebbe riportato prima al Cairo, poi in Germania, quindi in Svizzera, infine in Italia. «Tutto sommato mi sarei fermato a Düsseldorf, dov’ero diventato l’assistente del fotografo Stephan, nome d’arte, non mi chieda il cognome, il Richard Avedon dell’epoca. Ma quando i tedeschi ridevano, io piangevo. Ho capito che non era un posto per me».
Il posto per sé, dove vivere da italiano, l’apolide Krieger lo trovò il 7 settembre 1967 a Milano, nel giorno del suo 31° compleanno, e fu come rinascere una seconda volta. «Ero al volante di una Pagodina bianca, vestito di bianco, in via Montenapoleone. Si avvicinarono Alberto Lattuada, lo stilista, e Beppe Modenese, oggi presidente onorario della Camera nazionale della moda: “Ti piacerebbe restare in Italia?”». Allora era impegnato con la DuPont a lanciare il Lycra, filato sintetico per collant e costumi da bagno. La prima a dargli da fotografare le sue collezioni fu Mila Schön, pseudonimo asburgico dietro cui si celava l’esule dalmata Maria Carmen Nutrizio, sorella di Nino, il fondatore della Notte. «Mi considero italiano più di qualsiasi italiano, perché io lo sono per scelta».
Krieger è sempre andato dove la curiosità lo ha portato, fossero bazar veri o virtuali, come racconta nel suo libro uscito da poco, che s’intitola appunto Una vita curiosa (Leonardo international) e che reca in quarta di copertina un autoscatto con Francesco Cossiga. Dapprima, a soli 17 anni, da commerciante egiziano di filati al mercato di Minet El Bassel («era la Borsa del cotone, in realtà significa Borsa delle cipolle»). In seguito, da commesso viaggiatore di un pakistano che gli aveva affidato una valigia di cartone con dentro un campionario di aghi, filo e finto tessuto chintz proveniente da Hong Kong; da art director internazionale di Harper’s Bazaar; da fotografo italiano capace come nessun altro di mettere in posa la gente, tanto da vedersi affidare per tre volte da Time la foto di copertina, nel 1982 con Giorgio Armani, poi con Hanna Schygulla e Carlo De Benedetti, un primato tuttora imbattuto, che l’ha consacrato fuoriclasse assoluto di quest’arte diventata per lui anche un ticchio e un hobby, il ritratto.
La curiosità lo ha portato spessissimo in crociera, l’altra sua passione. «Adoro le navi. Sono isole felici. Quando si staccano dal molo, lascio a terra tutte le ansie che mi tengono compagnia dalla nascita. Sulla Daphne fallii il più grande reportage della mia vita. Eravamo in 300: metà teste coronate e nobili decaduti imbarcati a sbafo, metà miliardari texani che avevano pagato per starci insieme. Cinquantacinque giorni di navigazione da Trebisonda, sul Mar Nero, a Leningrado, attraverso lo Stretto di Gibilterra, e la cosa curiosa è che eravamo ospiti del governo sovietico. Fu lì che conobbi re Umberto. Era già malato, eppure durante le escursioni a terra teneva il passo in testa alla comitiva. Capii che l’armatore greco m’aveva invitato soltanto perché ritraessi i partecipanti al viaggio e per dispetto non scattai neppure una foto. Che cretino sono stato. Ancora me ne pento».
Quand’è cominciata questa mania del ritratto?
«Nel 1987. Il primo a mettersi in posa fu Indro Montanelli».
Ho presente: occhi da uccello notturno, una mano a strizzarsi il mento.
«Un colpo di fortuna. Volevo chiedergli di Berlusconi. Ma lui si serrò istintivamente la bocca con pollice e indice, come per dire: figurarsi se mi metto a parlare del mio editore con te. La lezione m’è servita. Da allora non ho mai più sollecitato opinioni personali su chicchessia. Andandosene, Indro mi incoraggiò a continuare: “Gli italiani hanno un enorme difetto: dimenticano. Ma ricorderanno i tuoi volti”».
Poi il Cavaliere l’avrebbe incontrato, e fotografato, da premier.
«Fargli il ritratto è stato un atto di forza. Senza l’insistente mediazione di Mity Simonetto, che da sempre cura l’immagine di Berlusconi, non ci sarei mai riuscito. Il presidente mi ha portato a passeggio sul prato impeccabile di Macherio, tenendomi la mano destra sulla spalla. Sono rimasto impressionato dalle sue conoscenze di botanica. Sul set avrebbe preso volentieri il mio posto dietro la macchina fotografica. L’ho dissuaso con una supplica scherzosa: Cavaliere, almeno abbia rispetto per la mia anzianità, in fin dei conti ho 22 giorni più di lei!».
A Bill Gates come c’è arrivato?
«Grazie a Beppe Severgnini. Non è stato facile. Il fondatore della Microsoft è fotofobico».
Per questo al momento dello scatto ha chiuso gli occhi?
«Non amo le foto documentarie. Gli ho chiesto d’immedesimarsi nella frase di Martin Luther King: “I have a dream”, ho un sogno. E oplà! Il ritratto è un atto di seduzione reciproca».
Come un amplesso.
«Andiamoci piano. Come se nascesse un legame parentale. Avrò fotografato più di mille personaggi e di tutti sono rimasto amico. Li considero la mia famiglia».
Vengono loro da lei oppure va lei da loro?
«Al 99% vengono loro da me, al Circolo filologico di Milano, in via Clerici, dove ho lo studio e insegno fotografia. Per Agnelli andai io a Torino. Nella biblioteca notai una coppa d’oro. È decorata con l’aquila imperiale?, interrogai l’Avvocato. “Sì, è una coppa che ci ha donato il Kaiser”, rispose. “Pensavamo fosse d’oro, invece è solo dorata. È quella che chiamiamo la coppa del Kaiser”».
Era un battutista formidabile.
«Udito il primo clic, si alzò per andarsene. Cercai di trattenerlo. “Ma come? La foto non l’ha già fatta?”, si meravigliò. Finito il primo rullino, si rialzò dalla sedia. E io: avvocato, e se il rullino ha preso luce? Si risedette. Finito il secondo rullino, azzardai: avvocato, solo bianco e nero? neanche una posa a colori? All’undicesimo scatto del rullino a colori, sibilò: “Io non sono mica Claudia Schiffer!”. Ribattei: avvocato, se fosse Claudia Schiffer, oggi lei sarebbe a Milano e io non sarei a Torino».
Perché s’è specializzato proprio nel ritratto?
«Perché mi consente di conoscere come sono veramente le persone. Prenda Lapo Elkann, il nipote di Agnelli. L’hanno dipinto come uno smidollato e invece è un ragazzo d’oro, talmente buono da essere indifeso. Quando il nonno fu sottoposto a chemioterapia, si rapò a zero per solidarietà. Il miracolo del mio lavoro è questo: condensare una vita in uno scatto, senza movimento e senza sonoro».
La sua prima macchina?
«Una Fiat 1100».
Fotografica, intendevo.
«Una Brownie della Kodak. Era di cartone ricoperto di celluloide. La usai per fotografare mia madre Derna davanti alla sua Dodge coupé 8 cilindri a V».
Che mestiere facevano i suoi genitori?
«Dio solo lo sa. Si sono amati alla follia senza capirsi. Dopo la mia nascita hanno iniziato a capirsi e così si sono lasciati. So che mio nonno Arnold era inventore. Scoprì nel Nilo certe piante subacquee dalle quali si sarebbero potute ricavare fibre ecologiche, ma purtroppo morì prima di sfruttare questa scoperta. Possedeva 100 camicie, tutte uguali: una la indossava, 33 erano nell’armadio, 33 erano sempre in viaggio dal Cairo verso Londra e viceversa, 33 erano a Londra».
Non capisco.
«Per esservi stirate. Lui sosteneva che solo a Londra sapevano maneggiare il ferro caldo. Adorava la Gran Bretagna. Il nome che porto mi venne conferito da Bob Peel, il mio padrino, pronipote di sir Robert Peel, il primo ministro della regina Vittoria che nel 1829 istituì i bobbies, i poliziotti londinesi, a loro volta così chiamati perché il suo nomignolo era Bobby».
C’è qualche personaggio che s’è rifiutato di posare per lei?
«Uno solo: Enrico Cuccia. Lo fece con una lettera che valeva più del ritratto: “Dai suoi libri mi accorgo della sua bravura. E quindi sono felice di sottrarmi ai suoi artigli”. Poi seppi dalla segretaria che il presidente di Mediobanca si sarebbe lasciato ritrarre volentieri, ma non voleva fare uno sgarbo a tutti i fotografi ai quali aveva sempre detto no».
Però don Luigi Maria Verzè, fondatore dell’ospedale San Raffaele, pur di sfuggirle avrebbe voluto dirottarla su Papa Wojtyla.
«Pura civetteria. Quando entrai nel suo ufficio, stava telefonando a Giovanni Paolo II. Con tono fermo continuava a ripetere: “Santità, non sono d’accordo!”. Riattaccò e mi chiese: “Perché non va a fotografare lui?”, intendeva il Pontefice. Gli risposi: “Già fatto. A Courmayeur, domenica 7 settembre 1986”. Ero andato fin lassù perché mi sembrava il modo migliore per festeggiare i miei 50 anni. Ovviamente non potevo pretendere una sessione fotografica col Santo Padre. Quando mi passò accanto, mi sentii fulminato dal suo sguardo. E lo ritrassi al volo».
Quanto dura la sessione di tortura?
«La vera tortura è la conversazione che precede lo scatto. Ho bisogno di captare un gesto tipico del soggetto, l’espressione che lo sintetizza».
Non è facile realizzare una serie di ritratti in cui le persone devono chiudere gli occhi.
«Uso un espediente: chiuda gli occhi per tre secondi e li riapra di botto. Loro si concentrano sulla riapertura. Io sulla chiusura. E scatto».
L’Avvocato aveva l’occhio un po’ annoiato.
«Era la sua espressione più significativa. Tutti pensano che gli Agnelli siano di nobili origini. Invece sono militari. Colsi l’Avvocato mentre si portava la mano verso il sopracciglio per fare il saluto».
Sarà stato difficile ordinare a Carlo Azeglio Ciampi, così austero, di puntare l’indice contro l’obiettivo.
«Nient’affatto. C’era la crisi. C’è sempre la crisi in Italia. Gli chiesi semplicemente d’indicarmi la via per uscirne. E lui sollevò il ditino verso l’orizzonte».
Che cosa pensa della foto ufficiale del presidente della Repubblica appesa in uffici statali e caserme?
«Stucchevole. Come tutti i ritratti che l’hanno preceduta. È la loro funzione: sono formali. Molto più divertente la foto nello Studio ovale che Ronald Reagan volle mandarmi attraverso l’art director di Time, autografata, dopo aver visto le mie copertine sul settimanale statunitense. Comunque ho immortalato anche Giorgio Napolitano, anni fa. Con una Polaroid».
Non la intimidiscono i rendez-vous con i Grandi?
«Ci sono abituato. Avevo appena 10 anni quando mio nonno Massimo, fervente monarchico, mi portò a ossequiare Vittorio Emanuele III nel palazzo di El Nouzha dove s’era rifugiato dopo la fuga dall’Italia. “È il tuo re!”, m’introdusse il nonno. Si figuri cosa poteva capirne un bambino. La figlia Iolanda Margherita di Savoia era mia maestra di equitazione al maneggio L’étrier di Alessandria d’Egitto».
Il più vanesio fra quelli che ha ritratto?
«A prima vista potrebbe sembrare Marco Tronchetti Provera. In realtà era solo un po’ compassato».
Daria Bignardi è irriconoscibile.
«Dice? Esiste anche la fotogenia. Daria è più telegenica».
Ma qual è il segreto che rende immediatamente riconoscibili i suoi ritratti? Il bianco e nero? La spontaneità? Il sorriso? Oppure quella lucina creata dal riflesso degli spot nell’iride?
«Fantastico, complimenti: è il primo a notarlo. Si tratta di un effetto voluto. Quel bagliore cambia tutto. È la fonte. Senza quel puntolino luminoso gli occhi sarebbero velati».
Toccando ferro, i suoi Vip sembrano usciti da una seduta di tanatoprassi. Pelle liscia, perfetta, non un’asperità, non uno spuntone di barba, non un foruncolo. O è più bravo di Dio, e ogni volta rifà la Creazione, oppure li trucca.
«Ma ci mancherebbe! Sono i miracoli della pellicola con poca incisione, solo 25 Asa».
Mai ritoccata un’immagine con Photoshop?
«Sarebbe stupido dire di no. Ormai il ritocco al computer fa parte della cultura fotografica. Questo mestiere non esiste più, l’evoluzione digitale ha stravolto qualsiasi principio. Non si fotografa: si dipinge».
Il soggetto femminile più sexy?
«Mi ha sempre intrigato lo sguardo seducente di Moana Pozzi. L’ho ritrovato, inaspettatamente, in Diana Bracco, l’industriale farmaceutica. Non ho avuto alcuna esitazione a confessarglielo. La risposta è stata irresistibile: “Ti prego, Bob, dillo a mio marito!”».
Quanto costa una foto?
«Io regalo. È un atto di riconoscenza verso l’Italia».
Anne Leibovitz si fa pagare 250.000 euro per un ritratto.
«Sì, però pare che sia in fallimento».
Oltre ai volti, quali altri soggetti predilige?
«I nudi. Che non hanno nulla a che vedere col sesso. Carlo Bo mi diceva: “La nudità è un segno di Dio, i vestiti invece coprono le nostre vergogne”. Era divertente incontrare il critico letterario. Gli chiedevo: come sta? E lui: “Bo!”».
Il ritratto di Bob Krieger chi l’ha eseguito?
«Io stesso, credo, con l’autoscatto. O forse è stato Angelo Martella, il mio assistente».
Ha lasciato istruzioni perché sia messo nell’ovale sulla lapide?
«No no no! Be’... Potrebbe anche starci».
(465. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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