La tragica guerra del generale Dalla Chiesa

Ciò che non era riuscito ai terroristi nei quattro anni di lotta a coltello contro di lui, è riuscito in quattro mesi alla mafia: Dalla Chiesa è stato ucciso insieme alla giovane moglie, da poco sposata. Un tempo le donne la «onorata società» le risparmiava. Ma non è più tempo di cavalleria.
Evidentemente, i metodi del Generale-prefetto cominciavano a dare qualche frutto. Ce lo fa supporre l'incalzante ritmo di delitti che aveva seguito il suo arrivo a Palermo. Molti dicevano che si trattava insieme di un beffardo benvenuto e di un cupo «avvertimento» che la mafia dava a quello che veniva definito «il successore di Mori». Ma l'interpretazione che correva negli ambienti meglio informati era che Dalla Chiesa, provvisto di scarsi mezzi e soprattutto scarsi poteri, era ricorso all'unica tattica cui in questi casi si può e si deve ricorrere (e i garantisti ricaccino in gola i loro lamenti e proteste: di questi imbecilli autolesionisti abbiamo piene le scatole): mettere i nemici gli uni contro gli altri e affidare alle reciproche vendette il compito che la legge non è in grado di assolvere. Pare che Dalla Chiesa vi fosse brillantemente riuscito e che sia stato questo a provocare un'alluvione di cadaveri più o meno eccellenti.
Sia come sia, questo triplice assassinio non è più solo un delitto, è una sfrontata sfida, un atto di guerra cui non si può rispondere che con atti di guerra.
Indro Montanelli - 4 settembre 1982

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