Lo tsunami dei prezzi del gas può travolgere la transizione

Lo tsunami dei prezzi del gas naturale può travolgere la transizione e risultare una vera bomba per le famiglie italiane.

Lo tsunami dei prezzi del gas può travolgere la transizione

L'Italia e l'Europa rischiano un 2022 alla canna del gas. E non è un eufemismo o una metafora, ma un rischio concreto: la fine del 2022 ha mostrato come la corsa dei prezzi energetici riguardi, in particolare, l'oro blu. La ripresa della "guerra fredda" del gas tra Russia e Stati Uniti, il braccio di ferro ucraino, la destabilizzazione dei mercati, l'ondata inflativa globale hanno creato nubi nere sul mercato di questa preziosa materia prima strategica, che come abbiamo avuto modo di ricordare più volte ha una duplice valenza. In primo luogo, è la più efficiente tra le risorse fossili; in secondo luogo, è l'ideale risorsa-ponte per la transizione energetica.

Gas: prezzi in volo nel 2021

Il 2021 ha segnato una vera e propria tempesta perfetta per i prezzi del gas. Nel solo ultimo mese, i prezzi spot sui mercati olandesi di riferimento per l'Eurozona sono arrivati a 60 dollari per milione di unità termali, il doppio del mese precedente e quindici volte il livello del prezzo negli Stati Uniti. Il temporaneo blocco imposto dalla Russia, la frenata della Germania sul gasdotto Nord Stream 2 e l'incedere dell'inverno hanno condotto i prezzi europei a un record storico di recente. Per fare un raffronto, i dati del Financial Times sottolineano che a inizio anno generare un megawattora (MWh) di energia elettrica con il gas naturale aveva un costo di circa 20-25 euro; martedì 21 dicembre tale costo era salito a 181 euro, record di sempre.

Questo ha generato un effetto a cascata sul business di diverse imprese e sulla ripresa generale dell'economia di fronte all'incedere della "bomba" energetica. In una spirale che si autoalimenta, le pressioni inflative e la corsa dell'energia si influenzano reciprocamente, deprimendo al ribasso consumi, prospettive di investimento, piani aziendali e governativi per rilanciare l'economia reale.

Essendo il gas naturale sempre più prevalente nei mix energetici di diverse economie la crescita dei suoi prezzi ha un effetto notevole. Essa rappresenta un ulteriore fattore degno di attenzione per valutare lo sviluppo delle filiere industriali e delle catene del valore, in cui al prezzo della produzione va aggiunto l’accrescimento dei costi di trasformazione, trasporto e distribuzione dei manufatti e dei semilavorati, il ruolo destabilizzante giocato dall’insicurezza sulle fonti di rifornimento. Scombussolando le dinamiche di mercato, sono saliti anche i permessi di inquinamento nell'Emission Trading Scheme (Ets) europeo. Come ha fatto notare la Libertà, “a fine gennaio 2021 la tonnellata di CO2 si trovava al di sotto dei 35 euro, a inizio maggio a circa 50 euro, per poi superare i 62 euro ai primi di settembre. Un costo che se dovesse mantenere questa dinamica si troverebbe raddoppiato in meno di un anno”.

Italia nella tempesta

L'Italia, in quest'ottica, si trova al centro della tempesta. Per un triplice ordine di fattori. In primo luogo, la notevole dipendenza del sistema Paese dall'importazione di oro blu: l’Italia registra una elevata dipendenza all’estero per il gas, con un peso delle importazioni nette (import-export) sull’energia disponibile del 95,1% a fronte dell’89,7% della media Ue, per un valore che nei primi tre trimestri Confartigianato ha stimato essere pari a dieci miliardi di euro e che la spirale dei prezzi è destinata a incrementare.

In secondo luogo, per l'elevata concentrazione delle fonti di importazione: Russia (46,4% delle importazioni) e Algeria (33%), sono complessivamente fonte di poco meno dell'80% del paniere di forniture di gas all’Italia. Questo rende il Belpaese potenzialmente soggetto a dure tensioni in caso di crisi geopolitiche o problemi sistemici.

In terzo luogo, per la scelta autolesionista compiuta negli ultimi anni che ha portato alla castrazione del potenziale estrattivo del Paese e a cui il governo Draghi ha mirato a dare risposta finora, però, con eccessiva timidezza. Di fronte a un fabbisogno annuo di gas naturale pari a 70 miliardi di metri cubi, mediamente l'Italia a inizio millennio produceva oltre un quinto di esso (16 miliardi di metri cubi, record raggiunto nel 2001) dai giacimenti dell'Adriatico, della Val Padana, della Basilicata e della Sicilia. Oggi, complice la paralisi imposta dal Movimento Cinque Stelle ai tempi del governo Conte I e il disinvestimento che ne è seguito, la produzione è ridotta a poco più del 25% di vent'anni fa (4,4 miliardi di metri cubi) e Il Sole 24 Ore stima che bisognerebbe aumentare ad almeno 8 miliardi di metri cubi l'output per sommarlo alla fornitura di analoga dimensione proveniente dal gasdotto Tap per avere un effetto tampone sui prezzi.

Due fattori hanno, per ora, evitato al Paese di rompersi l'osso del collo nel mercato del gas: la presenza del Tap, che ha contribuito a garantire oltre il 10% del fabbisogno dal Mar Caspio, e l'esistenza di un regolamento accorto sulle riserve sulla cui gestione l'Italia, ricorda Il Sole, "rappresenta un'eccellenza, perché il sistema è regolato". Nel nostro Paese "ci sono riserve obbligatorie per 4,5 miliardi sui 17,5 miliardi di capacità complessiva e chi acquista il gas in estate per stoccarlo è obbligato a conferirlo. In altri paesi non è così: come la Germania che ha iniziato l'autunno con un tasso di riempimento del 68% contro l'85% di Italia e Francia".

Quanto costerà il caro-gas agli italiani

Gli effetti sono già stati in ogni caso tutt'altro che ridotti per i cittadini italiani. l boom dei prezzi dell’energia elettrica sui mercati all’ingrosso, trainato prevalentemente dall’aumento record dei prezzi del gas, sta coinvolgendo in questi mesi l’Italia e il resto d’Europa, mettendo in allarme i consumatori che – trimestre dopo trimestre – hanno visto lievitare le bollette delle utenze domestiche. Per ovviare a questo rischio Arera, l'autorità di regolazione dei mercati energetici, nella giornata del 30 dicembre ha promosso misure emergenziali. Attraverso di esse è stata azzerata la tariffa di trasporto per l'immissione in rete del gas naturale liquefatto (Gnl) che arriverà prima del 31 marzo e approvata la revisione del corrispettivo per la capacità di erogazione extra di Stogit in caso di emergenza.

Tuttavia, secondo le stime di Nomisma Energia, nello scenario peggiore (cioè senza un intervento del governo), ci si aspetta un aumento del 61% per il gas e del 45% per l’elettricità, per un totale, di media, di 1.200 euro di spesa annua per famiglia. Per il primo trimestre del 2022 il governo ha già varato un pacchetto corposo di interventi dal valore di 3,8 miliardi di euroche però a quanto pare richiederebbero ancora del tempo per essere messi a punto. Tra le ipotesi per le prossime mosse c’è quella di “sterilizzare” gli oneri di sistema, già in parte ridotti, sulla scia di quanto fatto in Spagna dal governo del socialista Pedro Sanchez. I rincari delle bollette scenderebbero, nel migliore degli scenari a un pur corposo incremento di 770 euro secondo Nomisma qualora queste misure trovassero applicazione concreta.

Complessivamente per i consumatori privati il prezzo della commodity in Italia é cresciuto di oltre il 671% da novembre 2020 a novembre 2021 e non si attende una discesa rapida nel 2022. Il problema europeo è grave, quello dell'Italia sul gas potrebbe diventare drammatico e a essere messa a repentaglio potrebbe essere l'intera architettura della transizione energetica avente nel gas naturale proprio un suo perno decisivo. Un rischio che non possiamo permetterci nel medio-lungo termine, e la cui sterilizzazione passa per la presa di decisione pragmatiche e chiare sull'elemento cruciale per la nostra sicurezza energetica nel breve periodo.

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