Quei "dazi verdi" dell'Ue: una nuova tassa per le imprese?

I dazi verdi dell'Unione Europea colpiranno le imprese o i Paesi che barano? C'è la possibilità di trasformarli in un fattore di sviluppo

Quei "dazi verdi" dell'Ue: una nuova tassa per le imprese?

Nel piano delle misure complementari al progetto europeo di transizione energetica Fit for 55 la Commissione Europea sta lavorando a una serie di iniziative volte a aumentare le barriere fiscali per le merci prodotte da Paesi che praticano sistematicamente il dumping ambientale. A replicare, cioé, il meccanismo dei dazi volti a colpire pratiche distorsive della concorrenza aggiungendo ad esse la scelta di ignorare i vincoli e gli obiettivi ambientali.

L'11 marzo scorso con 444 voti favorevoli, 70 contrari e 181 astensioni il Parlamento europeo ha infatti approvato una risoluzione che propone l’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), un complesso strumento di rafforzamento dell'apparato doganale dell'Unione diretto a colpire fiscalmente aziende e Paesi che sfruttano le delocalizzazioni produttive per fare politiche di dumping sistemico sui regolamenti ambientali. Regolamenti che, in seguito all'ampia serie di accordi siglati negli ultimi anni da Kyoto a Parigi, sono ritenuti in grado di aver effetto di legge vincolante. L'Unione mira a colpire determinate importazioni per tagliare la strada ai Paesi che hanno ambizioni minori o situazioni meno avanzate in materia di lotta ai cambiamenti climatici e a fornire una "risorsa propria" al Next Generation Eu.

Secondo il quadro d'insieme definito nel luglio scorso dalla Commissione dopo l'impulso di Strasburgo il Cbam verrà applicato inizialmente valutando l’impatto ambientale di aziende e Paesi relativo al cemento, al ferro e all’acciaio, all’alluminio, ai fertilizzanti e all’elettricità. In un periodo transitorio che andrà dal 2023 al 2025 i soggetti che si approvvigionano di queste materie prime o prodotti all'estero dovranno riferire il livello di emissioni espresso dalla loro quota di importazioni, senza però dover ancora essere costretti a versare all'Unione un corrispettivo monetario per compensarle. Dal 2026, invece, sulla base di precisi benchmark la Cbam entrerà in vigore sotto forma di dazi da pagare con appositi certificati come contropartita per lo sbilanciamento insito nel processo di importazione di beni inquinanti. La Commissione stima che tale misura porterà 9 miliardi di euro all’anno nelle casse di Bruxelles dal 2030.

L’idea alla base della Cbam, in armonia con i piani europei, è quella di catalizzare il processo di transizione ecologica evitando che le imprese e i Paesi esteri mettano in campo due possibili rischi, ricordato da Formiche: "non tutte le industrie possono fare a meno di bruciare combustibili fossili, e una compagnia può aggirare il sovrapprezzo spostando le operazioni inquinanti fuori dall’Europa, o importando beni più economici perché prodotti all’estero sottostando a regolamenti sulle emissioni meno stringenti". Quest'ultimo processo, denominato carbon leakage, è però da leggere in parallelo al rischio che imprese e cittadini possano avere una batosta economica eccessiva in fasi caratterizzate da alta marea nei mercati energetici come quella attuale, in cui ad esempio l'Emission Trading Scheme, il sistema di compravendita di permessi d'inquinamento, sta in Europa toccando prezzi senza precedenti. Specie considerato il fatto che l'Europa è un'eccellenza globale nella battaglia per il clima questa è una tematica da ricordare con attenzione.

"Nella lotta al cambiamento climatico l’Europa è in prima linea, ma non deve caricarne tutti i costi sulle nostre imprese, già modello di sostenibilità", ha spiegato l’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini, intervenuto all’apertura dei lavori dedicati al Cbam nella Commissione sul Commercio Internazionale dell'emiciclo di Strasburgo. Per Salini l’avvio del confronto sui dazi verdi "deve puntare alla riduzione delle emissioni ma accompagnando nella transizione verde le nostre imprese, da tempo leader globali in efficienza energetica, e colpendo la concorrenza sleale da Paesi terzi irrispettosi dei requisiti ambientali sfidanti dell’Ue". Un obiettivo che ha un chiaro riferimento nell'inquinatore numero uno al mondo, la Cina, obiettivo geopolitico e strategico della nuova politica di contenimento delle emissioni. Nei mesi scorsi, non a caso, visitando l'Europa l'inviato speciale per il clima di Joe Biden, John Kerry, aveva mostrato interesse nella Cbam, ritenuta un tipo di misura protezionistica che può tornare utile nel braccio di ferro con la Cina e che potrebbe in futuro sbarcare negli Usa

Per questo, ha aggiunto Salini "è importante che i ‘dazi verdi’ della futura Cbam siano predisposti, da un lato, con equilibrio, tenendo conto del costo altissimo della CO2 che le nostre imprese già pagano sul mercato degli Ets, e dall’altro con efficacia, evitando che nei Paesi extra Ue si diffondano pratiche elusive dei vincoli europei". In sostanza abilitando una transizione energetica che possa evitare di trasformarsi in quel "bagno di sangue" paventato da Giancarlo Giorgetti e Roberto Cingolani nel descrivere la strategia ambientale del governo Draghi. E l'ammonimento all'Europarlamento è di evitare di far gravare troppo sul fronte interno i costi di un doveroso adeguamento che dovrebbe invece colpire, con più energia, chi nel mondo "bara" sugli obiettivi ambientali. Nella consapevolezza che essi non possono esser slegati dal contesto dello sviluppo economico.

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