La plastica non va più di moda: i tessuti alternativi per eliminarla

L'industria della moda produce il 10% delle emissioni globali a causa della plastica: ecco la direzione in cui si sta andando con i tessuti alternativi

La plastica non va più di moda: i tessuti alternativi per eliminarla

L'industria della moda fattura ben 3 miliardi di dollari l'anno, l'equivalente del 2% del Pil mondiale con una crescita esponenziale tra il 2000 e il 2014 per poi assestarsi ed avere un lieve calo negli anni della pandemia. Il problema dei capi d'abbigliamento, però, è legato ad un uso spropositato della plastica e del suo smaltimento.

Quanto inquina la moda

Per ogni persona sulla Terra, vengono realizzati in media 20 capi ogni anno: oltre al costo in termine di lavoro sottopagato alle donne che vivono nei Paesi poveri per questa "corsa" ad avere sempre l'abito più cool e in linea con le tendenze del momento, c'è un costo importante in termini di ambiente di cui ancora si tiene poco in considerazione. Una ricerca del Mit (Massachusetts Institute of Technology) mostra come l'industria moda produca il 10% di tutte le emissioni globali di CO2: per fare un esempio pratico, una maglietta in poliestere produce da sola 5,5 chili di CO2, il 20% in più rispetto ad una maglietta di cotone. Per la creazione dei prodotti, poi, la moda usa mediamente 93 miliardi di metri cubi d'acqua che coprirerebbero il fabbisogno di 5 milioni di persone. Come se non bastasse, vengono prodotte circa il 20% delle acque reflue mondiali ed è causa del 20% dell'inquinamento dell'acqua industriale.

La plastica dei nostri armadi

Così come si sta intervendo sul divieto commerciale che riguarda la plastica monouso, allo stesso modo si dovrebbe fare con i capi d'abbigliamento che affollano i nostri armadi, prodotti in larga parte con fibre sintetiche derivate dal petrolio e molto economiche. Su Repubblica è stato pubblicato uno studio della "Royal Society for the Arts" che ha analizzato più di 10mila vestiti prodotti dalle principali catene inglesi. Si è scoperto che quasi la metà, ovvero il 49%, viene realizzata con poliestere, fibre acriliche nylon e elastane, le stesse responsabili delle tonnellate di microplastiche presenti nell'acqua e in aria.

Le alternative alla plastica

Il riciclo, in questo campo, non sta dando i frutti sperati perché soltanto per lavare i tessuti sintetici, ben 500 milioni di tonnellate di microfibre finiscono ogni anno negli oceani. Da solo, un ciclo di lavatrice da 6 chili ne produce oltre 7 milioni. Per far fronte a questa emergenza "invisibile", il consiglio degli esperti è quello di non superare la temperatura di lavaggio di 30°C prefendo l'uso di un detersivo liquido. Le alternative a quanto contenuto nei nostri armadi ci sono: si possono sostituire le fibre sintetiche con altre che siano ecosostenibili, rinnovabili e biodegradabili. È così che la gamma si fa molto vasta: dal lino al cotone passando per lanafino a juta. Eco sostenibili anche pelle e Lyocell, canapa, ginestra, cupro e foglie di loto.

Attenzione ai coloranti

I capi d'abbigliamento, però, contengono delle tinture altamente inquinanti per fiumi e mari: l'industria tessile ha bisogno fino a 9 trilioni di litri l'acqua ogni anno per utilizzarla. Ma anche in questo caso il vento sta cambiando: ci si orienta maggiormente su quelle provenienti da funghi, animali e piante. Come riportato da Repubblica, l'azienda italiana "Color off" coltiva "piante tintorie" come la reseda, da cui si estrae il giallo. Un'altra azienda italiana, la Phillacolor, utilizza una decina di coloranti a base vegetale tra cui ci sono curcuma, rabarbaro e sambuco. Alcuni colori si possono produrre anche da alghe, invertebrati marini, batteri e funghi.

Al momento, però, non esiste una regolamentazione sulla materia perché le certificazioni ecologiche sono volontarie: per capire di quale tessuto si tratta, si possono leggere le composizioni del tessuto distinguendo tra naturali e sintentici. Da tenere in considerazione c'è anche il luogo in cui viene prodotto: è chiaro che se si tratta di provenienza da un Paese del terzo mondo si può ipotizzare un metodo più vecchio e inquinante. Il suggerimento per i consumatori è quello di controllare che la percentuale di plastica non superi il 50% del totale.

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