Il Tribunale decide il destino di Erika

LA STORIA Sono stati gli assistenti sociali ad allontanare la bimba dai genitori dell’indiziato

Il Tribunale decide il destino di Erika

Giallo di Gradoli. Prima udienza per l’affidamento della piccola Erika. I giudici del Tribunale dei minori dovranno decidere chi si dovrà occuparsi della bambina di 5 anni. Una situazione a dir poco disastrata: la madre, Tatiana Ceoban, 36 anni, quasi sicuramente uccisa assieme alla sorellastra, Elena, 13 anni. Il padre, Paolo Esposito, 40 anni, in carcere dal primo luglio con l’accusa di aver massacrato la convivente e la figlia di lei e averne occultato i cadaveri. La zia Ala Ceoban, 24 anni, coindagata per il duplice delitto, dietro le sbarre da oltre un mese. Infine i nonni paterni, Maria ed Enrico Esposito, ai quali è stata tolta la bimba in quanto «non avrebbero detto la verità sulla sorte della madre e della sorella». Lo hanno spiegato gli assistenti sociali nella relazione presentata al sindaco di Gradoli, Luigi Buzi, tutore pro-tempore, per allontanarla dai genitori del principale indiziato e assegnarla a una casa famiglia di Bagnoregio.
Decisione contestata dai difensori di Esposito, Mario Rosati ed Enrico Valentini: «È normale - sostengono gli avvocati - evitare di dire a una bambina cosa sia successo alla madre, anche perché a oggi nessuno sa se sia scappata o se sia stata assassinata. Chiederemo alle psicologhe spiegazioni dettagliate sulle loro conclusioni». Erika, inoltre, ha anche la nonna materna, Elena Nikifor, 64 anni residente a Bologna, e una prozia, Olga, a Bracciano: «Non vedo mia nipote da mesi - racconta la nonna - con Paolo e la sua famiglia i rapporti sono azzerati da anni». Che il fatto sia coinciso con la scoperta della relazione fra Paolo e Ala 4 anni fa (le prove su un dvd a luci rosse) e che ha portato Tania dall’avvocato Luigi Sini per difendersi da Paolo che le voleva sottrarre Erika? Il fatto segna comunque un punto di non ritorno nel rapporto fra i due, tanto che fra le principali motivazioni il pm di Viterbo Renzo Petroselli sottolinea che «avrebbe agito materialmente, istigando, fomentando, preordinando l’azione e promettendo aiuto e collaborazione (…) per cancellare le tracce del delitto e occultare i cadaveri (…) commettendo il fatto per motivi abbietti consistiti nel volersi sostituire alla Ceoban Tatiana nel rapporto di convivenza con Esposito».
Ma i cadaveri dove sono finiti? Qui il mistero si infittisce: Paolo e Ala non parlano. Le tracce di sangue trovate nella villetta in località Cannicelle sembrano appartenere alla sola 36enne. Quanto basta per sostenere che le donne non siano fuggite ma che qualcosa di terribile sia accaduto. Le prove che a Gradoli quel sabato maledetto ci fosse anche Ala, nonostante abbia sempre sostenuto il contrario, firmano definitivamente la sua «condanna». O almeno sono sufficienti per spedirla in cella. Gli inquirenti, dal canto loro si appellano a chiunque sia in grado di ricordare qualcosa. In particolare la presenza in paese, il 30 maggio, di una Skoda blu o di una Ford Focus grigia (le auto di Paolo e Ala). Magari con i corpi delle poverette nel portabagagli. yuri9206@libero.it