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Troppo colore conduce nel buio

Troppo colore conduce nel buio
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La vita del protagonista di Hotel Chopin (Sellerio) ricorda molto, per una serie di dettagli, quella del suo autore, Francesco M. Cataluccio. Questo protagonista, che rimane anonimo, è nato a Firenze a ridosso di Natale, è siciliano di origine, vive a Venezia e ha scovato il proprio habitat nel Nord, a Varsavia. Lì ha studiato, lì ritorna con i suoi libri e la sua immaginazione. Il protagonista ha un negozio di colori in Calle Santa Lidia a Venezia, di fronte all'isola del cimitero di San Michele, e non a caso: "Lidia di Tiatira era una commerciante di porpora a Filippi, in Macedonia. Ascoltando la predicazione dell'apostolo San Paolo prima di tutti credette al Vangelo. Così scrive Luca, negli Atti degli Apostoli". E il rosso, il colore che secondo Cézanne è "il punto di incontro fra il nostro cervello e l'universo", è anche quello del negozio: "Un lungo e stretto magazzino con le pareti color porpora, dove vendevamo decine di colori legali e, sottobanco, quelli proibiti".

Ora, non abbiamo certezza che Cataluccio, esperto di cose polacche (ha curato anche le opere di Witold Gombrowicz e Bruno Schulz) e dell'Europa centrale, sia un trafficante di colori illegali, ma comprendiamo il risentimento del protagonista di fronte a certi eccessi burocratici dell'elefantiaca macchina europea, così come quello di fronte all'assurdità di acquistare una macchina elettrica per la cui costruzione si impiegano più energia e più inquinanti che per una vettura "normale". E comprendiamo anche la passione per le balene, come quella che, all'inizio del libro, fa la sua apparizione in Laguna: "grigia, esausta e forse malata", ma comunque gigantesca, e infatti "inghiottì in un battibaleno la barchetta guidata dal giovane Ulas".

Ulas è un giovane italo-ucraino che, di fatto, gestisce il traffico di colori proibiti per conto del nostro negoziante. La base operativa è stata per anni a Bucha, non lontano da Kiev: lì un gruppo di operai produceva i materiali vietatissimi e tossici, che Ulas trasportava fino a Venezia. L'invasione russa ha cambiato i piani di produzione: la fabbrica ha chiuso i battenti ma, dopo una pausa, è riuscita a riaprirli fortunosamente a Varsavia. Dove e come, il protagonista non lo sa, e sarebbe un mistero destinato a scomparire nella tomba con Ulas, senonché il negoziante non vuole rinunciare ai suoi introiti extra; e poi ritornare in Polonia, che come si è detto è il suo habitat, in fondo non gli dispiace. Ed ecco che comincia il viaggio, guidato dall'indizio "Chopin" ritrovato a casa di Ulas, e in cui il vero mattatore è un grosso gatto nero, autostoppista e parlante, di nome Serapione, che vanta compagnie letterarie e intellettuali di prim'ordine, da Gustavo Rol a Cesare Pavese. Il gatto, per inciso, organizzerà una serata fra Kundera, Brodskij, Blok, Bulgakov e Dostoevskij...

All'Hotel Chopin, fra decine di rifugiati ucraini (ma anche qualche russo), il protagonista e il gatto si ritrovano

alle prese con il lato più oscuro dei colori. E scoprono che, se ci si fa troppo abbagliare, si rischia di finire nel buio più nero: quello in cui anche il caos perde il suo fascino, e si trasforma in un ordine terrificante.

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