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Tutti i modi per dirsi "conservatori" nel nostro Paese

Flavio Felice partendo dall'adagio longanesiano sulla difficoltà di definire il conservatorismo in un'epoca in cui "è arduo individuare valori sani da tramandare", riflette sull'impossibilità di una visione manichea

Tutti i modi per dirsi "conservatori" nel nostro Paese
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Il termine "conservatorismo" ha acquisito negli ultimi anni crescente popolarità. Un tempo confinato agli ambiti accademici, oggi viene ripreso con insistenza, quasi a colmare una lacuna in una riflessione storica mai completamente approfondita. A differenza di quanto accaduto in altri paesi, in Italia il conservatorismo si è sviluppato in modo frammentato, spesso affidato a singoli pensatori. Nel contesto irrisolto che, dunque, caratterizza il nostro dibattito, si inserisce il volume collettaneo Conservatorismo nel terzo millennio (Unint), che non è un omaggio celebrativo, ma una riflessione critica sulle sfide di questa corrente di pensiero.

Flavio Felice partendo dall'adagio longanesiano sulla difficoltà di definire il conservatorismo in un'epoca in cui "è arduo individuare valori sani da tramandare", riflette sull'impossibilità di una visione manichea e rifiuta l'idea di una "necessità storica" definitiva, tipica di tale approccio, proponendo invece la libertà umana come unico valore assoluto. E infatti, lungo questo crinale, Elena Irrera suggerisce che il conservatorismo possa essere visto più come una "postura intellettuale" che come una dottrina sistematica. Un atteggiamento di cautela e scetticismo nei confronti dei diritti astratti, soprattutto quando questi entrano in conflitto con le nuove questioni legate ai diritti civili, come quelli delle comunità LGBTQ+, dell'aborto o dei migranti. Danilo Breschi, invece, considera il conservatorismo come una filosofia politica strutturata, distinta dalla psicologia individuale. La sua riflessione si concentra sulla continuità storica, sulla necessità di preservare una memoria collettiva e sulla resistenza a un cambiamento fine a se stesso. Alla luce di tutte queste riflessioni, resta una domanda irrisolta: se il conservatorismo non si oppone al progresso in sé, ma solo ai cambiamenti che minacciano una politica limitata, come dovrà rapportarsi con la crescente invasività della tecnologia, che trasforma ogni aspetto della nostra vita quotidiana? A marcare la questione è Raimondo Cubeddu per il quale la tecnologia e la scienza hanno ormai acquisito un potere pervasivo, difficile da contrastare e la vera sfida per il conservatorismo è preservare la libertà in un mondo dove il controllo umano è sempre più limitato e l'innovazione rischia di diventare una nuova forma di oppressione. La soluzione proposta è la creazione di istituzioni in grado di proteggere i valori fondamentali, trovando un equilibrio tra innovazione e tradizione.

Ma può reggere sul lungo periodo? Forse sarebbe più opportuno fare appello solo a una continuità minima piuttosto che a strutture consolidate di pensiero, difendendo il patto storico tra le generazioni, quel legame "fra i morti, i vivi e i non ancora nati" di cui parlava Burke. Ma, appunto, si tratta di equilibri da valutare caso per caso, che potrebbero subire scossoni definitivi, impossibili da ripristinare alle condizioni precedenti.

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