C'è qualcosa di paradossale nel Festival di Sanremo: ogni anno, mentre il mondo fuori accelera, si frammenta, si polarizza, l'Ariston si trasforma in una bolla sospesa nel tempo. Non è mai stato evidente come in questa edizione. Mentre si cantava e si ballava, le bombe hanno iniziato a cadere in Iran e in mezzo Medio Oriente, senza contare, ovviamente, la "vecchia" guerra in Ucraina. Forse per questo il Festival quest'anno non ha funzionato (troppo) bene nonostante non si possa parlare di flop. Nel frattempo, molti artisti, in conferenza stampa, si sono schierati contro gli Stati Uniti. E anche questo, purtroppo rientra nella normalità del Festival. Per Levante, gli americani vogliono fare gli sceriffi del mondo. Sayf si accoda. Ermal Meta parla di "attentato al nostro pianeta". Secondo Maria Antonietta è una questione di "interessi". A proposito, di interessi, a nessuno pare interessare la natura autoritaria del regime teocratico di Teheran. Non è un segreto ben nascosto. Non è passato neppure un mese da quando i pasdaran della Repubblica islamica hanno aperto il fuoco sui manifestanti, facendo migliaia di morti. Il bacio saffico tra Levante e Gaia, in Iran, sarebbe costato il carcere a entrambe (nel migliore dei casi). Ogni febbraio, l'Italia si siede davanti al televisore sapendo cosa aspettarsi: le polemiche precotte, la classifica ribaltata, il momento imbarazzante, la canzone che non ti piace e poi canticchi. Sanremo non sorprende mai. In teoria sarebbe la sua forza.
Ieri sera, lo stridore con la realtà era così forte da costringere Carlo Conti ad ammettere l'imbarazzo di ore e ore dedicate alle canzonette mentre cadono le bombe. Dopo l'introduzione, la "festa" è ricominciata, ma è rimasta la sensazione che non ci fosse nulla da festeggiare. Mentre Conti lanciava il televoto, i generali lanciavano i droni killer.