C’è grande attesa per la seconda serata del Festival. L’Ariston si prepara ad accogliere uno dei protagonisti più imprevedibili e divisivi degli ultimi anni, un artista capace di trasformare ogni apparizione in un evento mediatico. Accanto a Carlo Conti e a Laura Pausini, questa sera salirà sul palco Achille Lauro, volto ormai familiare al pubblico sanremese. Non sarà in gara, lui stesso si è definito con ironia “soltanto un umile conduttore”, ma la sua presenza basta a riaccendere i riflettori. Perché Lauro, all’Ariston, non è mai stato un semplice concorrente: è stato scandalo e poesia, provocazione e teatralità, simbolo di libertà espressiva e bersaglio di critiche feroci. Dal 2019 a oggi, ogni sua partecipazione ha segnato un capitolo diverso, costruendo un percorso artistico che ha attraversato polemiche, trasformismi e inattese svolte romantiche. Ripercorrere le sue “quattro volte” (più un ritorno speciale) significa raccontare non solo l’evoluzione di un cantante, ma anche i cambiamenti di un Festival sempre più aperto alla contaminazione dei linguaggi.
2019 - “Rolls Royce”, l’esordio che divide
Il debutto al Festival arriva nel 2019 con “Rolls Royce”. Fin dalle prove, il brano scatena discussioni, il testo viene accusato di contenere riferimenti ambigui al mondo delle droghe e si parla perfino di una somiglianza con “1979” degli Smashing Pumpkins. Le polemiche riempiono i talk show e le pagine dei giornali, ma non frenano l’impatto dell’artista. Con il suo stile elegante e irriverente insieme, sospeso tra estetica bohémien e suggestioni goth punk, Lauro conquista una fetta importante di pubblico, soprattutto tra i più giovani. “Rolls Royce” non vince, ma diventa un manifesto identitario. E segna l’inizio di un rapporto viscerale tra l’artista e l’Ariston: un palco che da quel momento non sarà più solo luogo di gara, ma spazio di performance totale.
2020 - “Me ne frego” e l’arte della metamorfosi
L’anno successivo torna tra i Big con “Me ne frego” e chiude all’ottavo posto. Ma il vero spettacolo non è la classifica, è ciò che accade ogni sera sul palco.Lauro costruisce un percorso visivo studiato nei minimi dettagli, trasformandosi a ogni esibizione. Da San Francesco a David Bowie, fino alla Marchesa Casati, icona eccentrica della Belle Époque, ogni travestimento è un omaggio, una citazione colta, una riflessione sull’identità e sul genere. Il Festival si trasforma in un teatro di metamorfosi. Non è più soltanto una gara canora, ma un laboratorio estetico in cui l’artista gioca con simboli religiosi, riferimenti culturali e suggestioni glam. Ancora una volta divide, ancora una volta fa parlare di sé. E consolida la sua cifra stilistica: sorprendere senza chiedere il permesso.
2021 - Il multiverso performativo nell’Ariston vuoto
Il 2021 è l’anno del Festival senza pubblico, segnato dalle restrizioni pandemiche. In un teatro silenzioso, Lauro non partecipò al Festival come concorrente in gara con una canzone in competizione, ma come ospite e scelse di osare ancora di più, portando in scena cinque quadri performativi che attraversano epoche e immaginari, dal glam rock teatrale al punk, passando per suggestioni ispirate a icone come Mina, Elisabetta Tudor, Giovanna d’Arco e figure mitologiche come Prometeo. Ogni serata è un atto unico, un frammento di un racconto più ampio sulla libertà individuale e sull’abbattimento degli stereotipi. Indimenticabile l’apparizione con l’abito da sposa strappato, simbolo di fragilità e rinascita, fino all’immagine finale delle rose conficcate nel petto. In un Ariston privo di applausi, la potenza visiva delle sue performance amplifica il messaggio: l’arte come spazio di emancipazione, anche, e soprattutto, nel silenzio.
2022 - “Domenica” e il rito dell’auto-battesimo
Nel 2022 torna in gara con “Domenica”, accompagnato dall’Harlem Gospel Choir, tra i cori gospel più celebri al mondo. La prima serata regala una delle immagini più discusse di quell’edizione, Lauro a torso nudo, con un fiore rosa in mano, in un simbolico auto-battesimo sul palco.
Il gesto, potente e teatrale, contrasta con il significato del brano, che racconta la domenica come giorno di eccessi e libertà. Ancora una volta, sacro e profano si intrecciano, alimentando dibattiti e riflessioni. È la cifra dell’artista, provocare non per scandalizzare fine a sé stesso, ma per mettere in discussione convenzioni e confini.