La Ue sanziona i giudici di San Suu Kyi

Bruxelles A solo due giorni dalla sentenza di condanna contro Aung San Suu Kyi, la presidenza dell’Unione Europea lancia il suo segnale alla giunta militare birmana: le sanzioni annunciate arrivano puntuali, e colpiscono i quattro responsabili del verdetto, da oggi nella lista delle persone indesiderate nella Ue. Si allunga inoltre la lista delle società riconducibili alle autorità birmane e ai loro prestanome a cui vengono applicate misure restrittive come il congelamento degli asset societari.
Le nuove misure che colpiscono Rangoon, spiega la Ue in un comunicato, giungono «in reazione al verdetto contro Aung San Suu Kyi e considerata la gravità della violazione dei suoi diritti fondamentali». La Ue, che chiede il suo «rilascio senza condizioni», spiega come le sanzioni intendano colpire «il regime militare, quanti traggono beneficio dal suo malgoverno e quelli che reprimono il rispetto dei diritti umani».
Le nuove sanzioni contro la Birmania si sommano a quelle già decise nel 1996, riconfermate nell’aprile scorso dall’Unione Europea, e riguardano l’embargo sulla fornitura di armi, la messa al bando delle esportazioni di pietre preziose, il congelamento delle partecipazioni della giunta in diverse società all’estero e il divieto d’ingresso in Europa per centinaia di esponenti delle istituzioni birmane.
Per avere un’idea di quanto le misure prese dall’Ue incidano sul mercato interno ed estero della Birmania, basti pensare che il 90% dei rubini in circolazione nel mondo provengono dal suo sottosuolo. Insieme alle pietre preziose, però, sono state messe al bando anche le esportazioni del legno e dell’oro, altre materie prime di cui il paese è ricco. Vietato anche fare investimenti e comprare macchinari dalla Birmania.
Soddisfatto l’inviato speciale dell’Ue per la Birmania, Piero Fassino, secondo cui gli obiettivi da raggiungere nel più breve tempo possibile, con il sostegno dei paesi asiatici e della Cina, sono «la liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici, l’approvazione di una legge elettorale che consenta nel 2010 elezioni multipartitiche e democratiche».
Approvazione anche da parte del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che spiega come sia un bene che «i giudici che hanno condannato Suu Kyi entrino nella lista nera delle persone indesiderate dell’Ue. Nel superamento di questo tipo di tensioni - ha concluso - deve anche risiedere il compito di un’Onu rinnovata».
Aung San Suu Kyi è stata condannata martedì scorso a ulteriori 18 mesi di arresti domiciliari, che vanno ad aggiungersi a precedenti condanne che l’hanno costretta a vivere rinchiusa nella propria fatiscente residenza alla periferia di Rangoon per 14 degli ultimi 18 anni. Pretesto per l’ultimo verdetto è stata la misteriosa visita ricevuta da un americano, presentatosi a casa sua dopo aver attraversato a nuoto un laghetto. Anche lui è stato condannato: 7 anni di prigione.

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