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Tutto quello che ancora non sapevamo sul Concistoro di Leone

Pubblichiamo gli stralci delle quattro relazioni preparate per la riunione dei cardinali della scorsa settimana e che hanno animato il dibattito

Tutto quello che ancora non sapevamo sul Concistoro di Leone

È passata quasi una settimana dal Concistoro straordinario e resta la curiosità per ciò che si sono detti il Papa e i cardinali a porte chiuse nell’aula nuova del Sinodo.
Come Il Giornale aveva anticipato il 16 dicembre, i quattro temi portati sui venti tavoli di lavoro sono stati la rilettura dell'Esortazione apostolica Evangelii gaudium, Sinodo e sinodalità, l’approfondimento della Costituzione apostolica Predicate Evangelium e la liturgia. Solo i primi due, però, sono stati al centro dei lavori del Concistoro. Questo perché durante la prima sessione è stato chiesto ai cardinali di fare una scelta dettata dal poco tempo a disposizione.

Così le due sessioni della giornata conclusiva sono state introdotte dalle relazioni del cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e del cardinale Mario Grech, Segretario Generale della Segreteria Generale del Sinodo rispettivamente su Evangelii gaudium e sinodalità. Il Giornale può svelare il contenuto di questi testi che delineano in qualche modo un programma di governo.

No alla proclamazione ossessiva della dottrina

Fernández, uno degli uomini di massima fiducia di Francesco, ha scritto (e letto in aula) che "certamente possono esserci cambiamenti rispetto al pontificato precedente, ma che la sfida posta da Evangelii Gaudium non può essere seppellita". L'appello del capo dell'ex sant'Uffizzio è a "rileggere" la prima esortazione apostolica secondo cui l'annuncio non è "una proclamazione ossessiva di tutte le dottrine e norme della Chiesa". Secondo il prefetto argentino, per l'evangelizzazione "serve creatività". La riflessione sul Vangelo comporta "due richieste concrete" che sono "la necessità di rimanere aperti alla riforma delle nostre pratiche, stili, organizzazioni, consapevoli che spesso i nostri schemi potrebbero essere i migliori" e "la necessità di rivedere frequentemente il contenuto delle nostre prediche e interventi" per non finire "sempre per parlare delle stesse questioni dottrinali, morali, bioetiche, politiche".

Il consenso dal Sinodo

L'altra relazione che è stata letta in aula è quella del cardinale Grech dedicata al Sinodo. Il porporato maltese ha detto che "spetta sempre al vescovo di Roma convocare, accompagnare, concludere e - se necessario - sospendere il processo sinodale. In nessun modo il Sinodo dei Vescovi e l'esercizio della sinodalità limitano l'esercizio del primato". Per Grech, volto simbolo della Chiesa sinodale del pontificato bergogliano, "è possibile ipotizzare anche un esercizio della sinodalità a più livelli, che preveda un coinvolgimento differenziato dei soggetti a seconda delle questioni da trattare". Grech chiede una sorta di moltiplicazione della sinodalità in cui include la convocazione stessa del collegio dei cardinali, così come l'"auspicabile incontro periodico del Santo Padre con i presidenti delle Conferenze episcopali". Secondo il cardinale, il Sinodo dovrebbe "offrire al vescovo di Roma un consenso intorno alla questione trattata". Arriva, inoltre, ad auspicare "una modalità informale di esercizio della sinodalità" e difende il lavoro fatto in questi anni sostenendo che "l'esercizio ordinato della sinodalità già mostra i suoi frutti" tra cui, a suo dire, un'"evidente ricaduta sullo slancio missionario".

Le relazioni non lette

Ma non sapendo quale dei quattro temi sarebbe stato scelto, sul tavolo dei cardinali erano presenti anche le relazioni su Predicate Evangelium e liturgia che erano state preparate dal cardinale Fabio Baggio e dal cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Nel primo caso appare rilevante che il Papa abbia affidato a Baggio, attualmente semplice segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, l’incarico di riferire sulla riforma della Curia voluta da Francesco. Una scelta che potrebbe anticipare un possibile avanzamento di carriera per il cardinale Baggio, molto stimato da Leone XIV. Nel testo, visionato da Il Giornale, si ripropone una "curia romana al servizio della missione della Chiesa". Per Baggio la riforma voluta da Bergoglio dota "la Chiesa universale di una struttura di servizio che risponda in modo più adeguato ed efficace alle sfide missionarie del nostro tempo, un esercizio rinnovato di quell''aggiornamento' avviato dal Concilio Vaticano II". Ma secondo il cardinale, la Praedicate Evangelium non dice solo che la Curia è al servizio del Papa, ma che "è anche al servizio dei vescovi, compresi individualmente e collettivamente, delle Conferenze episcopali". La riforma utiloizza come "criterio la 'salutare decentralizzazione'" e vuole che la Curia lasci "alla competenza dei vescovi la facoltà di risolvere (...) le questioni che conoscono bene e che non toccano l'unità di dottrina". Anche in questa relazione, inoltre, si parla di una "riforma (...) che intende donare alla Chiesa il volto della sinodalità" e chiede che "i dicasteri e gli uffici della Curia romana sono chiamati ad essere principalmente 'centri di ascolto'".

Roche e la messa tridentina


La relazione di Roche, invece, ha fatto discutere sebbene sia rimasta solo sulla carta. Un cardinale anonimo, infatti, ha detto a Niwa Limbu di The Catholic Herald che il documento del prefetto eraabbastanza negativo sulla messa tradizionale”. Queste parole hanno suscitato molta curiosità sulla relazione rimasta inedita finora. Anche in questo caso, Il Giornale può svelarne oggi il contenuto e confermare che in effetti non era affatto benevolo verso la cosiddetta liturgia antica. Il testo afferma che "l'intervento di riforma della liturgia voluto dal Concilio Vaticano II non solo è in piena sintonia con il senso più vero della tradizione, ma costituisce un modo alto di porsi a servizio della tradizione perchè quest'ultima come un grande fiume conduca la Chiesa al porto dell'eternità". Il cardinale britannico aggiunge che "senza un legittimo progresso la tradizione si ridurrebbe ad una collezione di cose morte, non sempre tutte sane; senza la sana tradizione il progresso rischia di diventare una patologica ricerca di novità, che non può generare vita". Ma le 'bordate' contro gli amanti della cosiddetta messa tridentina arrivano nel finale. Roche riconosce che "l'applicazione della riforma ha patito e patisce un debito di formazione e questa è l'urgenza da affrontare, a partire dai seminari", ma poi passa a rivendicare le restrizioni da lui messe alla celebrazione in forma straordinaria.

Per questo cita la lettera apostolica “Desiderio desideravi” di Francesco che aveva ulteriormente bocciato la liberalizzazione concessa da Benedetto XVI nel 2007 e scrive che "non possiamo tornare a quella forma rituale che i padri conciliari, cum petro e sub petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma". E dunque c'è la rivendicazione del documento che ha archiviato una volta per tutte la Summorum Pontificum di Benedetto XVI: "ho scritto Traditionis Custodes perchè la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità". Nella relazione sulla liturgia, dunque, Roche non lascia ma raddoppia rispetto alle restrizioni di Francesco e scrive:

"L'uso dei libri liturgici che il Concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione. Papa Francesco - pur concedendo secondo quanto stabilito in Traditionis Custodes, l'uso del Missale Romanum del 1962 - ha indicato la via dell'unità nell'uso dei libri liturgici promulgati da santi pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, unica espressione della lex orandi del rito romano".

La relazione si chiude citando ancora la discussa “Desiderio desideravi” e sostenendo che "sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa riconoscere la validità del Concilio (...) e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium". Una posizione non condivisa dalle comunità legate alla messa tridentina e rimaste fedeli a Roma dal momento che hanno sempre riconosciuto la validità del Concilio Vaticano II e della costituzione conciliare sulla liturgia, contestando piuttosto come dopo il Concilio le indicazioni di Sacrosanctum Concilium non siano state rispettate.


Dunque, come prevedibile dalla lettera del Papa ai cardinali di cui abbiamo dato notizia lo scorso 16 dicembre, nella discussione sulla liturgia al concistoro sarebbe dovuta entrare anche la messa tridentina. Il testo di Roche smentisce quindi la lettura data da alcuni osservatori ultraprogressisti secondo cui sarebbero stati i cardinali conservatori a voler portare questo tema in aula.

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