«Il Veneto alla Lega non era nei patti Contano i voti presi»

«Il Veneto alla Lega non era nei patti Contano i voti presi»

Presidente Galan, Silvio Berlusconi nel giorno delle sue nozze le aveva promesso la conferma a governatore del Veneto e poi è stato altrettanto rassicurante con Formigoni per la Lombardia. Ma intanto la Lega in vista delle Regionali chiede la guida della Lombardia, del Veneto, del Piemonte, della Liguria e dell’Emilia Romagna. Come andrà a finire?
«Non lo so come andrà a finire. So tuttavia che sarebbe logico considerare quanto è stato fatto in questi quindici anni e potrei citare il Passante, il Mose, l’ospedale di Mestre, un welfare e una sanità che tutti ci invidiano, l’elenco sarebbe lungo. E poi si era detto, e la Lega era d’accordo, che al timone del Veneto sarebbe andato chi avesse preso un voto in più alle europee, e non mi pare che abbia vinto il Carroccio ma il Popolo della Libertà che ha aumentato il distacco dalla Lega, quindi... Ma se non valgono più i risultati valgono le cose più strane, allora tutto è possibile. Quello che mi spiacerebbe è un cambiamento senza un vero perché. Per fare che cosa? Conta di più la Pedemontana, i rigassificatori, gli inceneritori o lo studio del dialetto veneto a scuola? Comunque logica vorrebbe che si tenesse conto dei meriti, dell’impegno e della realtà dei fatti, ma la politica è fatta di tanti altri elementi ponderabili o non ponderabili, giusti o non giusti. Non si discute mai su quello che si è fatto e su quello che si potrebbe fare. E alla fine conta il giudizio della gente».
Intanto è la solita ridda di ipotesi: Zaia alla Regione, Galan ministro o sindaco di Verona...
«Ah questa mi è sfuggita, giuro che Galan sindaco di Verona sarebbe davvero il colmo».
Se Berlusconi dovesse dirle: guarda Giancarlo, sono costretto per cause di forza maggiore a dare il Veneto alla Lega e tu diventi ministro. Per lei non sarebbe comunque una soddisfazione?
«No, perché non è questo il problema, ci sono tante cose belle da fare. Se mi dicessero una cosa del genere ringrazierei per la fiducia accordatami per quindici anni straordinari, basta. Questo sistema per cui si va e si ottiene la compensazione è un sistema che a me ripugna. Ci sono tante cose da fare in politica e fuori dalla politica, e quindi continuerò a regolarmi allo stesso modo».
Qualcuno sostiene che è stato il rinnovamento che lei ha portato negli schemi della vecchia politica clientelare ad attirarle molte antipatie.
«Credo di aver dato sempre segnali di cambiamento e di aver sempre perseguito l’efficienza dell’amministrazione regionale. Per il resto non ho mai ostentato i simboli del potere, non giro con la luce blu sulla macchina, non ho mai avuto atteggiamenti da “lei non sa chi sono io”. Ho voluto dare l’esempio, e forse è vero che i buoni esempi servono più a chi li dà e meno a chi li riceve. Però sono orgoglioso di avere nominato 23 direttori generali tenendo in gran conto le loro capacità e in poco conto gli aspetti prettamente politici. È inutile sperare di avere un buon sistema sanitario se i dirigenti vengono scelti in base a criteri partitici e di lottizzazione. Il Veneto funziona bene se è gestito da buoni amministratori e buoni dipendenti. E ricorderò sempre il giorno in cui il mio predecessore Aldo Bottin mi mise in mano un albo dicendomi: ecco nomi e cognomi di tutti i tuoi uomini, tienili sempre presente. Se valuti solo i meriti politici delle persone, succede quello che succede nelle altre regioni».
Con la Lega da tempo non corre buon sangue. Ma qual è il vero problema?
«Uno solo, questa poltrona su cui sono seduto in questo momento. Io ricordo la Lega dei primi tempi, quando Bossi diceva: non voglio assessori perché rischio di trovarmi dei ladri. Ricordo la Lega di dieci anni fa in occasione della prima formazione della giunta, quando sosteneva che non le interessavano i posti ma controllare che tutto funzionasse bene, quindi niente assessori ma presidente del consiglio regionale. Non si dovevano mandare via i prefetti e abolire le Province? Adesso le Province sono la quintessenza della democrazia e della libertà. Pazienza, così va il mondo. Poi c’è un motivo di fondo ed è di fatto l’unica vera critica che io rivolgo alla Lega: la mancanza di una visione globale. Essere fortissimi nel raccogliere il consenso locale diventando in questo modo schiavi di un localismo sfrenato. Che significa stare sul territorio e di rappresentare bene gli interessi ma della collettività non potere o volere decidere. La Lega era contraria al Passante perché andava a toccare molti Comuni, è contraria oggi alla Valsugana, non voleva il terminal gasiero, è contraria ai termovalorizzatori. Il Veneto deve essere aperto all’Europa e al mondo, non deve chiudersi a riccio. Per governare bene bisogna sacrificare i piccoli interessi locali agli interessi del Paese».
Anche sull’immigrazione e sulle ronde fai da te lei si è spesso mostrato in disaccordo.
«Ricordo quali sono state le sofferenze e le discriminazioni subite dai nostri emigranti, che venivano addirittura additati come mafiosi. Io non sono affatto indulgente e chi viene in Italia per delinquere non va espulso ma cacciato. Detto questo, come si fa a manifestare certe durezze, certi atteggiamenti difficili da sopportare? Sarebbe il Veneto di oggi con la sua ricchezza e le su fabbriche se non ci fosse stato l’aiuto degli extracomunitari? Chi farebbe i lavori più umili che ancora oggi molti italiani rifiutano? E il problema degli anziani? Una volta c’erano le liste d’attesa per gli ospizi. Con l’arrivo delle badanti abbiamo dato una prova di grande civiltà, perché noi abbiamo sempre voluto tenere gli anziani in casa. Quindi evviva le badanti».
L’ex sindaco di Venezia Paolo Costa ha proposto qualche giorno fa un inedito asse tra il Pdl e il Pd. Lei inizialmente non era parso del tutto contrario all’idea.
«C’è sempre un po’ di narcisimo negli uomini politici, e fa piacere sentir dire dall’opposizione che hai lavorato bene e che si potrebbe collaborare. Detto questo, non mi pare che sia una strada percorribile. Ci sono troppe differenze, ci sono ancora gli steccati e gli elettori non capirebbero. Ma voglio anche dire che esiste una opposizione stupida, quella dell’ostruzionismo e che non rinuncia all’insulto e al dileggio, e un’opposizione rispettabile che dà la priorità alla soluzione dei problemi e che quindi, dopo gli anni dei bastoni tra le ruote e dei veti incrociati, propone di lavorare assieme per il bene dei veneti. Ci sono tanti uomini del centrosinistra con cui si potrebbe lavorare bene, per esempio Massimo Cacciari, lo stesso Paolo Costa, Walter Vanni, che sarà pure un comunista ma che mantiene sempre la parola data. Ci sono tanti nemici che apprezzano il lavoro che ho svolto. Per esempio Rosy Bindi che un giorno, mi è stato detto, ha ammesso che il Veneto in questi ultimi anni ha fatto passi da gigante. Poi ha chiesto di non dirlo a nessuno, ma va bene lo stesso».
E quali sono i rapporti con l’Udc?
«Sono sempre stati buoni, e mi si è sempre data prova di lealtà e correttezza. Poi vorrei che l’Udc rappresentasse meglio valori che in questa regione sono fortemente radicati, ma questo è un altro discorso. Soprattutto considero Antonio De Poli un vero amico. E poi il ruolo della Chiesa è fondamentale e io, pure essendo un laico, ho la fortuna di poter incontrare spesso un uomo straordinario, il Patriarca Angelo Scola».
L’intemerata di Fini a Gubbio prelude secondo lei a un tentativo di formare un «grande centro»?
«Sono cose che succedono, ma di fatto il Pdl è qualcosa di straordinario, che ha coagulato in un unico grande mare idee e storie diverse. Sono 16 anni che sento parlare di questo grande centro, non se ne può più. Ci sono inguaribili nostalgici ma il mondo nel frattempo è cambiato. E mi fanno ridere quelli che ancora oggi scrivono Galan ex Pli, Sacconi ex Psi, usando terminologie che appartengono al passato. Soprattutto nel Veneto, anche in tempi di crisi, siamo sempre proiettati verso il futuro. E abbiamo ancora ampi margini di miglioramento, alla faccia del Trentino e del Friuli, le Regioni a statuto speciale che lo Stato continua a privilegiare. Una vergogna. Ma noi come al solito andiamo avanti da soli».

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