Viaggio nella Roma dei poeti (di ieri e di oggi)

LUOGHI Tappa iniziale di questo insolito itinerario è il cimitero acattolico di Testaccio che ospita Dario Bellezza e John Keats

Un film su Roma. Un film sui poeti. Insomma: un film sui poeti a Roma. Da qui parte Toni D’Angelo, giovane cineasta napoletano, per assolvere un non facile compito: restituire la stessa passione, la stessa profonda leggerezza (licenza poetica, ovviamente) che la Città Eterna trasmette ai suoi inquilini più sensibili per raccontare la vita dei poeti in una metropoli eternamente poetica. Il docu-film ha avuto il suo battesimo ufficiale durante l’ultima Mostra del cinema di Venezia. E adesso arriva nella capitale. Da venerdì sarà programmato per due settimane al Filmstudio di via degli Orti d’Alibert, proprio sotto il Gianicolo. I gestori della storica sala di Trastevere spiegano che le proiezioni sono indicate per un pubblico sensibile all’argomento, magari un pubblico di poeti o aspiranti tali. E, infatti, prima e dopo le proiezioni verrà lasciato spazio all’intervento di autori più o meno conosciuti. Con letture estemporanee. Ma veniamo al film. Si tratta sicuramente di un lavoro per iniziati. Anche il neofita, però, può trarne giovamento. Intanto si parte da un presupposto assolutamente intelligente: la poesia nasce anche dal contesto. Nasce da una felice disposizione che il poeta conserva nei confronti dell’ambiente in cui vive. E Roma in questo senso è un «additivo» molto efficace per l’ispirazione poetica. Essere poeti oggi a Roma significa innanzitutto confrontarsi con le presenze discrete ma pervasive di autori come Orazio, Leopardi, Keats e Pasolini. La prima scena del film, quindi, non poteva che inquadrare il cimitero acattolico di Testaccio. Qui sono conservate le spoglie di Grasmci (come ricorda un celebre poemetto pasoliniano) ma non solo. All’ombra della Piramide Cestia riposano anche le ceneri di Shelley. E poi ancora John Keats, Gregory Corso, Amelia Rosselli, il figlio di Goethe e Dario Bellezza. Di nomi illustri ce ne sono molti nel giardino chiuso a nord dalla piramide a sud da Monte Testaccio. Alcuni di loro magari sono grandi nomi della cultura (come il fisico nucleare Bruno Pontecorvo o Carlo Emilio Gadda, semplicemente il più grande scrittore italiano del Novecento) ma non sono poeti. E sulla loro tomba non si leggono frasi come quella che ricorda l’autore dell’ode A un usignolo: «Here lies one whose name was written in water» (qui giace colui il cui nome fu scritto nell’acqua). Roba grossa. Ricca di significato almeno per i due poeti che il regista D’Angelo ha incaricato di fare da guida al pubblico in questo tour della «Roma poetica». Secondo Salvatore Sansone e Biagio Propato una frase così può soltanto ricordare il destino di un poeta (grande, per giunta). In un luogo così carico di significato (e soprattutto molto suggestivo), dove la quotidianità si stempera e i rumori delle strade arrivano ammorbiditi dai cipressi, parte quindi il viaggio dei due poeti. Uno di loro vive a poche centinaia di metri da lì. È Sansone. Sembra una figura d’altri tempi. Nato per oziare e destinato a comunicare attraverso il verso e la sensibilità poetica. L’altro si chiama Biagio Propato. Abita a San Lorenzo (il Greenwich Village de noantri) e insegna lingua e letteratura inglese in un liceo dell’Eur. Ed è proprio quest’ultimo a incontrare D’Angelo e a proporgli questo lungo «viaggio» poetico attraverso la città. «Non sapevo niente di poesia - confessa D’Angelo che ha vinto il Premio Donatello nel 2007 con la sua opera prima Una notte -. Una sera, però, mi sono trovato a bere una birra in un pub di San Lorenzo dove improvvisamente le persone attorno al mio tavolo hanno iniziato a recitare poesie. Bellissime. Da quel momento ho deciso di imbracciare una telecamera ed andare a curiosare per capire cosa si nasconde dietro la parola “Poesia”». La prima impressione ricevuta dal giovane cineasta è che la parola stessa sia ormai così fuori dal tempo da essere addirittura rivoluzionaria. Ed immediatamente la memoria corre all’effervescente stagione delle cantine e della controcultura sul finire degli anni Settanta. Fu una breve ma intensa parentesi. E la lapide che ricorda Gregory Corso nel cimitero di Testaccio ne è una prova sufficiente. Sul grande schermo i volti dei poeti di oggi, le loro voci, i loro sguardi e le quinte di una città così lunare nelle inquadrature adottate da D’Angelo, si alternano alle immagini di repertorio. C’è la commovente orazione funebre di Moravia al funerale di Pasolini («ogni secolo regala soltanto tre o quattro poeti. Uno di loro, per il ’900, era e sarà Pier Paolo»), ci sono le confessioni poetiche di Sandro Penna (altro flâneur, poeta e «inquilino» romano) ma soprattutto ci sono le immagini del festival di Castelporziano che ci restituiscono un giovanissimo Victor Cavallo, una Dacia Maraini snob e insicura, un impassibile Allen Ginsberg e, appunto, un appassionato Corso. Oggi ci sono Dante Maffia («i reading ci sono sempre stati. Leopardi ad esempio li aborriva e li evitava come la peste»), Vito Riviello, il raffinato Elio Pecora, il commosso Luciano Luisi e Maria Luisa Spaziani («altro che reading! La parola poetica, io, la voglio vedere non ascoltare!»). Tra il Laurentino 38 e Tor Bella Monaca; tra piazza Vittorio e Ostia, i due virgilii scelti da D’Angelo incontrano e interrogano anche i volti nuovi della poesia romana come Silvia Bove, Cony Ray (memorabile la sua lettura nel sottopassaggio della stazione Termini dove per coprire il rumore delle auto è costretto a urlare), Lidia Riviello, Gabriele Peritore, Giovanni Minio e Domenico Alvino. Il confronto è impari, ma la fiamma della poesia resta accesa.
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