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Vita da "Adolphe", innamorato (e dittatore) malgrado Constant

Tornano in libreria il romanzo più noto e l'autobiografia del pensatore svizzero

Vita da "Adolphe", innamorato (e dittatore) malgrado Constant

Se si presta un occhio alle date, si vedrà che Adolphe, il romanzo di Benjamin Constant scritto nel 1806, ma pubblicato nel 1816 e che ora meritoriamente Luni ripubblica (traduzione di Anna Pensante, pagg. 107, euro 14) è come in controtendenza rispetto allo sturm und drang romantico del goethiano I dolori del giovane Werther di trent'anni prima e del foscoliano Le ultime lettere di Jacopo Ortis con cui l'Ottocento si era aperto. Mentre in entrambi i casi si trattava di amori sfortunati, ma pur sempre amori, Constant metteva invece in scena un innamorato suo malgrado, una vittima che si sarebbe trasformata in carnefice anche qui non volendolo e insomma mandava all'aria tutto quel misticismo romantico che invece andava spargendosi per l'Europa e nel quale la società, i costumi, la famiglia, il denaro venivano visti come i nemici secolari delle gioie sentimentali. Va detto che Constant, svizzero di nascita, ma francese per educazione, aveva avuto anche un altro predecessore, francese anch'esso, quel Choderlos de Laclos che ancora pochi anni prima che scoppiasse la Rivoluzione dell'89 aveva dato alle stampe un libretto tanto delizioso quanto sulfureo, Le relazioni pericolose, dove il calcolo cinico e razionale della seduzione era messo in campo contro i battiti irrazionali del cuore e si andava all'assalto delle virtù femminili come se si trattasse di una piazzaforte nemica: astuzie, inganni, agguati, imboscate, trappole...

Nato nel 1767, Constant aveva dieci anni all'incirca più di Foscolo, ma era nato vent'anni dopo Goethe e de Laclos. Rispetto a quest'ultimi, con il primo aveva potuto condividere un'educazione cosmopolita di matrice nordica, fino a divenire ciambellano alla corte di Brunswick, in Germania; del secondo aveva fatto in tempo ad afferrare gli ultimi colpi di coda rivoluzionari, che questi invece aveva condiviso sin dall'inizio, giacobino prima, carcerato poi, e infine al servizio di quel Napoleone ancora generale e non imperatore.

Napoleone era stato invece il grande scoglio contro cui si era arrenata la nave rivoluzionaria di Constant, che però era arrivato a Parigi quando il Terrore era stato ghigliottinato e bisognava capire se senza di esso la rivoluzione sarebbe stata ancora possibile.

Vi era arrivato accompagnato, o forse sarebbe meglio dire spinto, da Madame de Staël, figlia di quel Necker che era stato ministro delle Finanze di Luigi XVI e in qualche modo ninfa egeria di un movimento che cercava di costituzionalizzare la rivoluzione e fare del Terrore un semplice incidente di percorso. A giudicare dai ritratti lasciatici dai contemporanei, tipo Barras, che era l'anima del Direttorio subentrato a Robespierre e insieme il battistrada, più o meno consapevole, del Bonaparte dittatore, Constant non era un bel giovane: cappelli tendenti al rosso, occhialini, una pronuncia blesa con un che di balbuzie, dinoccolato, un perenne sorriso ironico sulle labbra, ambizioso pur nella timidezza. La giunonica Madame de Staël aveva appena un anno più di lui, ma si comportava nei suoi confronti più come una madre affettuosa che un'amante focosa.

Nel suo Quaderno rosso, che è una sorta di autobiografia lasciata a metà e che ancora Luni ha pensato bene di rendere nota al lettore (traduzione di Anna Pensante, pagg. 62, euro 12), Constant del resto si descrive in un modo non troppo diverso. Era un giovane esaltato e sempre pronto a infiammarsi e a piangere se l'amore da lui provato non veniva corrisposto, capace di grandi scenate, di gesti clamorosi, fino a tentati suicidi tanto grossolani quanto velleitari: se cercava di avvelenarsi, accettava subito e di buon grado di prendere il purgante necessario... Non era mai da solo in quelle circostanze, anche se, come ammetterà, "ero l'unico a recitare la commedia". Anche Adolphe è un'eterna commedia, dove però l'attore alla fine smarrisce la parte...

Dicevamo prima di Napoleone. Mentre Constant e la de Staël, è difficile dire chi fra i due influenzasse l'altro, cercavano di avallare il nuovo corso autoritario e insieme di scindere il concetto di rivoluzione da quello di dittatura, l'arrivo sulla scena del nuovo astro politico-militare provocò un cambio di programma. A Napoleone, Madame de Staël non piaceva: la giudicava enfatica, eccessivamente entusiasta e in fondo noiosa. Non la temeva, ma lo infastidiva. Constant, dal canto suo, vedeva nel Bonaparte primo console "l'alba della tirannia" e prevedeva per la Francia "servitù e silenzio". Un giornale dell'epoca sintetizzò la risposta politica di Napoleone ad ambedue: "Non è colpa vostra essere brutta, ma è colpa vostra essere intrigante. Voi conoscete la strada per la Svizzera. Portatevi dietro il vostro Constant". E così fu.

L'esilio di Constant durò sino a quando la caduta di Napoleone lo riportò in Francia: furono anni in cui scrisse e viaggiò, fra la Svizzera e la Germania. Poteva vivere di rendita, aveva il piglio dello storico, era intelligente e le sue riflessioni sulla Francia del suo tempo si leggono ancora con interesse. Era naturaliter un liberale, come poi dimostrerà in quel suo discorso-raffronto sulla Libertà degli antichi e dei moderni dove difendeva il diritto costituzionale all'individualità, la libertà d'azione e di pensiero del cittadino rispetto allo Stato.

I "cento giorni" di Napoleone lo trovarono paradossalmente schierato con quest'ultimo: venne nominato consigliere di Stato, scrisse l'Atto addizionale alla Costituzione dell'Impero. Come tutti i timidi, era, lo abbiamo detto, un esaltato. Si giustificò dicendo che così facendo aveva voluto fare di Napoleone un monarca costituzionale, salvare la nazione dagli eserciti stranieri, sbarrare la strada alla controrivoluzione. Credeva molto in sé stesso, forse troppo.

Il seguito della sua attività politica fu dignitoso, nel senso che fu eletto al parlamento, difese la libertà di stampa, sostenne il colpo di Stato di Luigi Filippo, l'eterno contrasto fra la ricerca di una via costituzionale e la necessità di puntellarla con la forza. Al suo essere scrittore non diede mai molto peso: Adolphe, lo abbiamo visto, rimase dieci anni nel cassetto, di Cécile, l'altro suo romanzo smarrì addirittura il manoscritto, riapparso poi solo negli anni Cinquanta del Novecento. Eppure, è proprio Adolphe ad avergli assicurato la fama postuma di romanziere.

Si tratta di un testo divenuto un classico, che i francesi hanno talmente presente che in un film di alcuni anni fa, Le prénom, "Il nome" (uscito in Italia, chissà perché, con il titolo Cena fra amici), diventa emblematico per definire il cretino di sinistra, quello colto e in purezza, che si indigna perché il cognato non intellettuale ha dato il nome di Adolfo al figlio che nascerà, il nome di Hitler, strepita, un nome che andrebbe bandito. Ma quel nome il cognato l'ha preso sbirciando proprio fra i suoi libri, dove l'Adolphe di Constant fa naturalmente bella mostra.

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