Vivi (anche) come mangi È il Dopoguerra del cibo

Il libro della fondazione E.ART.H che celebra arte e tavola in 125 scatti di maestri fotografi

Vivi (anche) come mangi È il Dopoguerra del cibo
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All'inizio fu La Cucina Italiana, era il 1929: «mangiar meglio, spendere meno» fu il motto fin dal primo numero, e si capisce quanto sia attuale quasi un secolo dopo. La storia del mondo gira intorno a quello che si mangia, e d'altronde noi italiani abbiamo preso molto sul serio quello che diceva Guy de Maupassant, ovvero che «soltanto gli idioti non sono buongustai». Siamo gente in gamba, insomma, soprattutto quando siamo a tavola, ed ecco perché il nostro Paese non è solo quello delle mille ricette - una per angolo di strada -, ma anche quello delle iniziative che celebrano il gusto. E ne fanno una questione di stile. Praticamente artistica.

La dimostrazione di questo è Eataly Art House (o più semplicemente E.ART.H.) una fondazione nata a Verona con l'obiettivo di rendere l'arte accessibile al grande pubblico, celebrando l'inclusività, la bellezza e la sostenibilità. Un'idea, ovviamente, di Oscar Farinetti,che prevede uno spazio espositivo - nel quale vengono organizzati anche eventi, workshop e incontri di formazione professionale -, un market di opere d'arte e - da poco - un'attività editoriale. Ed è proprio in questo caso che la cucina incontra la nostra storia, attraverso la pubblicazione di Photo&Food, Food in Magnum Photographs from 1940s to the Present Day, un libro che celebra la mostra che si è tenuta, non a caso, in quello che una volta era il più grande frigorifero d'Europa.

E.ART.H racconta che la mostra, di cui vedete alcuni scatti in questa pagina, è stata pensata in modo da rendere gli alimenti, la tradizione e il ruolo sociale del cibo protagonisti di un percorso unico. Composta da 125 immagini, firmate da 29 fotografi internazionali, membri dell'agenzia Magnum Photos, è divisa in cinque sezioni. Ed e stata organizzata secondo un andamento sia cronologico che tematico, considerando appunto il cibo nella sua connotazione sociale, economica e simbolica. Evidenziando l'inestricabile legame tra la vita dell'uomo e tutte quelle attività legate agli alimenti che appartengono a una sfera naturale e soprattutto culturale.

Come dice Farinetti «il cibo rappresenta il bene primario per noi umani: se non mangiamo, moriamo. Ma c'è modo e modo di mangiare, varianti infinite in relazione a quantità, qualità e costume. Il rapporto dell'uomo con il cibo segna il più antico e sincero fenomeno culturale dei sapiens che, in 300 mila anni di storia, hanno girovagato nel pianeta alla ricerca di territori fertili, insediandosi in ogni angolo dei 150 milioni di chilometri quadrati delle terre emerse. Perché è proprio dall'agricoltura che parte la filiera del cibo, segue la trasformazione, poi la cucina, infine il piatto».

Per comprendere il valore del cibo ecco allora l'idea di trasformare questa filiera in una serie di immagini, progetto non semplice che Photo&Food spiega ricordando le parole di Confucio: «Un'immagine vale più di mille parole». Non è un caso dunque che in copertina ci sia Marilyn Monroe che mangia un hamburger, uno scatto che riassume come la comunicazione abbia sposato il cibo dall'immediato dopoguerra e non l'abbia più abbandonato. «L'immagine, quando è capolavoro, rappresenta la più alta capacità di sintesi artistica umana- continua Farinetti -. E in questa mostra gli scatti fissati tra gli Anni Quaranta e i giorni nostri sono stati capaci di raccontarci nella maniera migliore il rapporto tra l'uomo e il cibo in tutti gli aspetti della filiera agroalimentare.

Sono storie umane, e quindi di popoli interi». E per venire alla nostra, di storia, basta pensare alla sintesi fatta da Marcello Marchesi: «Un popolo con una così grande varietà di aperitivi come il nostro non può certo morire di fame». Mica siamo idioti, no?

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