«Voglio valorizzare la Cultura anche in Provincia»

D all’assessorato all’Agricoltura, Protezione civile ed edilizia nell’era Colli alla vicepresidenza con delega ai Beni culturali dell’era Podestà il passo è breve. Lui, Umberto Maerna, 53 anni, una gavetta di politica militante prima nelle file del Movimento sociale («con Larussa siamo quasi amici d’infanzia»), poi in An dove ha ricoperto anche la carica di «presidente della città di Milano», non si scompone di un millimetro. Anzi. «Un politico -dice- può anche essere un tecnico, ma se non lo è forse è anche meglio. Secondo lei un assessore ai Trasporti sa come si costruisce un’autostrada? E quando mi nominarono assessore all’Agricoltura sapevo forse qualcosa della brucellosi?».
E allora come ha fatto, e come farà adesso?
«Semplice: studio. Quest’estate l’ho passata interamente a leggermi il rapporto su ciò che è stato fatto nella gestione precedente (sventola una voluminosa dispensa), in particolare le pagine di questo capitolo. Lo sa che cos’è?»
No.
«Bilanci. È la prima cosa che guardo. Sa com’è, di mestiere faccio il manager per un’azienda giapponese».
Beh, che dicono questi bilanci?
«Nessuna critica, per carità, al vecchio assessore. Però di sicuro da qualche parte bisogna mettere mano».
Dove? Guardi che Daniela Benelli ha ricevuto plausi bipartisan...
«Lo so, ma ho anche constatato che certi settori non sono stati adeguatamente valorizzati».
Per esempio?
«I Comuni della Provincia milanese sono stati un po’ tagliati fuori dagli investimenti. Un errore, perché Milano già gode di molta attenzione da parte del Comune e della Regione. Ora poi con l’Expo sarà l’ombelico del mondo. La situazione fuoriporta invece è molto diversa».
A quanto ammonta il budget del suo assessorato?
«Cinque milioni di euro»
Non c’è di che scialare. Cos’ha in mente per i Comuni del milanese?
«Premesso che non sono abituato a lamentarmi, si possono fare un sacco di cose anche senza spendere fortune. Vede, quando parlavo della differenza che c’è tra un tecnico e un politico, intendevo dire che il primo compito di un assessore è quello di avere una visione globale e saper attivare competenze e sinergie. Per prima cosa istituirò un tavolo con gli assessori alla Cultura di tutti i Comuni. Intendo coinvolgerli in tutte le nostre iniziative».
Mi faccia un esempio.
«Prendiamo i teatri. Ha presente il progetto della Provincia “Invito a teatro“? Con un solo biglietto da 68 euro si può accedere a otto spettacoli nell’ambito della stagione di 17 sale cittadine»
Dunque?
«Voglio allargare la convenzione anche ai teatri dei piccoli Comuni. Sarà un modo per farli conoscere al grande pubblico e inserirli in un circuito alto».
Bene. Poi?
«Poi intendo valorizzare anche la cultura religiosa, abbazie come Chiaravalle e Morimondo, il complesso dell’Annunciata di Abbiategrasso, la canonica agostiniana di Bernate Ticino. Mi interessa dare spazio alle tradizioni locali».
Sembra di sentir parlare un leghista...
«Figurarsi, io vengo dalla destra vera e la padania è un’invenzione recente. A me interessa la tradizione italiana che viene molto prima di Bossi».
Chi è il suo modello politico?
(Si illumina) «Marzio Tremaglia, di cui l’anno prossimo ricorre il decennale. È stato il più grande assessore alla Cultura che abbia avuto Milano; illuminato, mai fazioso, sempre attento al rispetto delle identità. Ecco, in questa mia nuova carica mi piacerebbe assomigliare un po’ a lui».
Da dove comincerebbe?
«Ecco, diciamo che rispetto alla gestione precedente vorrei iniziare a coinvolgere tutti i filoni della cultura, dunque anche quella di destra, quella conservatrice, quella riformista e liberale. Poi vorrei finalmente recuperare alla città la nostra Biblioteca Isimbardi. Lo sa che abbiamo 4.500 volumi?».
Chi l’ha preceduta ha avuto un’attenzione particolare all’arte contemporanea. Sia nelle mostre, che nel teatro. Intende proseguire?
«Vedremo. Non ho pregiudizi, ma voglio capire la reale ricaduta sul territorio di certe iniziative. La cultura non dev’essere fine a sè stessa, e se una mostra è valida ma ci vanno quattro persone non mi interessa».
La politica culturale non si fa con gli sbigliettamenti, sennò eleggevamo Marco Goldin...
«E infatti le ricordo che la Milanesiana l’abbiamo inventata noi della giunta Colli. Diciamo che intendo valutare i progetti caso per caso. Vorrei ad esempio che la Provincia fosse più coinvolta anche nell’attività della Cineteca Italiana, mentre lo spazio Oberdan dovrebbe diventare un vero punto di riferimento della città».
Un po’ lo è già adesso...
«Per l’attività espositiva forse sì, ma potrebbe diventare la sede periodica di incontri e dibattiti che coinvolgano i giovani. Parlando di questioni che riguardano la cultura della vita: i problemi della droga, dell’emarginazione. Io vengo dalla destra vera e credo nel principio della sussidiarietà».

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