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Voi divorziereste da un notaio?

Il ministro della Giustizia si è accorto che la giustizia non funziona: mancano magistrati, si moltiplica il contenzioso; forse sono pochi anche i cancellieri e gli strumenti tecnici di supporto. Di conseguenza processi civili e penali si allungano, il cittadino è scontento, giustizia non è mai fatta. Qual è l’idea rivoluzionaria del ministro per risolvere il problema? Ascoltare i notai, raccolti tutti insieme nella prima seduta del nuovo Consiglio nazionale del Notariato, e proporre loro: ok (...)
(...) fate voi i giudici (o gli avvocati?) nelle separazioni consensuali tra coniugi senza figli. E ciò in risposta all’autopromozione del Notariato che ha affermato di voler mettere a disposizione del ministro la propria esperienza e professionalità, per semplificare il funzionamento della giustizia.
Ma i conflitti precedenti le separazioni consensuali, di norma, avvengono fuori delle aule del Tribunale. L’impegno dei giudici nelle separazioni consensuali, di conseguenza, è assolutamente minimo e residuale rispetto ad altri tipi di cause. Trovati gli accordi negli studi legali, i coniugi incontrano il Giudice solo all’udienza di comparizione delle parti, che dura in media 5 minuti; dopodiché i magistrati si ritrovano, in tre, in camera di consiglio per omologare pacchi di accordi al ritmo di circa uno al minuto. 240.000 minuti di lavoro, cioè 4.000 ore di risparmio complessivo per i 10.000 giudici. Neppure mezz’ora a testa per ciascuno all’anno. Con la tara che bisogna dare alle statistiche, ovviamente.
Pertanto, tra le infinite attività giudiziarie, questa è la meno gravosa e complicata: non c’è conflitto, non ci sono udienze successive, si tratta solo di convalidare patti che sono stati conclusi grazie all’attività di uno o due avvocati. Però, se i notai devono limitarsi a ratificare il lavoro svolto dagli avvocati, l’idea non è neppure del tutto peregrina: le parti e i loro legali, anziché accedere agli uffici giudiziari, sarebbero accolti negli studi notarili. Bene: a questo punto i giudici sarebbero sgravati da questa attività amministrativa. Tuttavia le separazioni in Italia sono circa 90.000, delle quali circa 80.000 consensuali. Tra queste, senza figli (e quindi affidabili, per ipotesi, alla ratifica dei notai), circa 40.000.
In Italia ci sono circa 10.000 giudici, 5.000 notai e 200.000 avvocati. Secondo il progetto di semplificazione, gli 80.000 separandi (mariti + mogli) senza figli avrebbero a disposizione 5.000 notai, contro 200.000 avvocati, per sollevare i giudici da un carico veramente ridicolo rispetto a tutto il resto. Quantomeno, però, dagli avvocati non si dovrebbe fare la fila.
Ma i notai-giudici da chi sarebbero pagati? Dai coniugi o dal ministero della Giustizia? Nella prima alternativa, le parti, oltre a pagare i loro legali, dovrebbero onorare di un tributo anche il notaio. Un evidente aggravio di spesa per il cittadino, già reticente per principio a gratificare il professionista. In realtà, addirittura, sembra invece che i notai dovrebbero gestire tutta la trattativa negoziale per portare i litiganti a stendere l’accordo consensuale. In tal caso i notai dovrebbero fare anche gli avvocati nella fase preliminare e poi i notai-giudici nella fase conclusiva. Ma come, poi? Un notaio per ciascun coniuge e quindi un terzo notaio, oppure i primi due che svestono la toga di difensori per indossare entrambi la toga giudiziaria? O un notaio onnipotente, chiavi in mano»?
Sul sito del notariato, il messaggio pubblicitario è «il notaio: dalla tua parte, sopra le parti», impresso sull’immagine di una giovane bionda e sorridente donna (la notaia) seduta a una scrivania, davanti alla quale si trovano un giovane e una giovane di spalle. Già un’ipotesi di futura attività di diritto familiare, dunque, per quanto accompagnata dal claim contraddittorio «dalla tua parte, sopra le parti». Come è possibile? Secondo me si può essere o dalla parte di entrambi o sopra le parti. La terza possibilità mi pare difficile. Infatti nel panorama giuridico e giudiziario fino ad ora conosciuto, c’è l’avvocato che sta dalla parte di qualcuno e il notaio e il giudice, ciascuno per le rispettive competenze, che stanno sopra le parti. È inammissibile creare confusioni di ruoli, almeno fino a che notai e avvocati, riformati gli studi preparatori e i parametri d’accesso alla professione, non possano maturare esperienza analoga in entrambi i settori di riferimento. Viceversa, il contenzioso post separazione è destinato inesorabilmente ad aumentare.
Comunque sia, sarebbe ora di finirla con questa insopportabile svalutazione dell’attività degli avvocati che si occupano di separazioni e divorzi. Intanto da parte degli avvocati stessi che, pur essendo magari specializzati in altri settori del diritto, credono sia una bazzecola aiutare a separarsi l’amico o il dipendente. E lo fanno, quando poi, invece, spetta a quelli competenti, tra la separazione e il divorzio, ovviare ai buchi e ai disastri combinati per inesperienza e superficialità. Ma in genere gli avvocati divorzisti sono svalutati da tutti. Chi non ha il quotidiano rapporto con la coppia in conflitto, infatti, non può conoscere l’importanza dell’esperienza sul campo (e della pazienza) per far quadrare conti e sentimenti, passato e futuro, norme giuridiche e disordini comportamentali. Se il 90% delle separazioni non è giudiziale ma consensuale, lo si deve al lavoro preparatorio, difficile e faticoso, degli avvocati esperti in questa materia. Che non si capisce perché debbano essere considerati sostituibili da chiunque, fosse anche il migliore dei notai ma digiuno di quelle nozioni, giuridiche e metagiuridiche, che si acquisiscono esclusivamente con la specializzazione nella materia familiare.

Che, perbacco, non è fatta di quisquilie né di pinzillacchere!
In conclusione: chi di noi vorrebbe, in nome della legge, farsi operare a cuore aperto da un neurologo premio Nobel, anziché da un cardiochirurgo di trincea?
de Pace

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