Voti, denaro e favori: così funzionava il «sistema Tedesco»

Nomine mirate a chi assicurava più voti. Avvicendamenti clientelari dettati da obiettivi elettorali. Leggi modificate a ripetizione per favorire le cliniche amiche. Soci occulti (forse politici) dietro le cliniche accreditate. Denari versati da imprenditori a prestanome legati a famiglie mafiose poi transitati verso i partiti della sinistra pugliesi e da qui dirottati in parte a Roma. Ogni giorno le carte delle inchieste avviate dalla procura di Bari sulla sanità regionale riservano una sorpresa.
Lo spoil system della sanità fu avviato dalla giunta Vendola subito dopo le elezioni vinte nell’aprile 2005. Il dottor Sabino Astolfi, che per dieci anni era stato direttore sanitario in tre enti pugliesi (Asl Bari, Ospedali Riuniti di Foggia e Irccs di Castellana Grotte), fu allontanato il 30 settembre: «Sono stato sostituito da un medico che non aveva i requisiti di legge», spiega. Poi l’allora assessore Alberto Tedesco tagliò le teste - tra gli altri - di Rosario Polizzi, direttore dell’ospedale oncologico di Bari, Antonio Castorani, direttore generale del Policlinico del capoluogo (benché nominato dallo stesso Vendola), Walter Domeniconi, direttore generale dell’Azienda sanitaria barese, una delle maggiori di tutta Italia. Domeniconi doveva far posto a Lea Cosentino, bionda ed energica manager che di recente si è dimessa (al pari di Tedesco) dopo il coinvolgimento nelle inchieste.
«I giornali di allora pubblicarono un grafico a forma di torta per illustrare la spartizione - ricorda Rocco Palese, capogruppo Pdl in consiglio regionale -. Ogni direttore generale, sanitario e amministrativo era in quota a un partito del centrosinistra e, se esterno, in quota al presidente. E poi primari, direttori di distretto, revisori dei conti, persino la gran parte del personale di segreteria nelle direzioni generali, per non parlare delle consulenze, le migliaia di assunzioni clientelari, l’acquisizione di beni e servizi, accreditamenti, brokeraggi, viaggi».
Ora i fascicoli aperti in procura ricostruiscono il «sistema Tedesco» aggiungendo nuovi sospetti. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, in particolare dell’ex assessore nel frattempo diventato senatore (nel suo ufficio furono piazzate microspie per otto mesi), emerge che ogni incarico era studiato a tavolino per ottenere consenso elettorale: un intreccio tra politica e sanità esteso a tutta la Puglia e in altre regioni.
Nelle scorse settimane sono state sentite molte persone informate dei fatti che avrebbero confermato i sistemi usati per le nomine. In un blitz al Policlinico i carabinieri di Bari hanno acquisito una montagna di carte (delibere, schede, curriculum) che hanno portato a scegliere primari, dirigenti sanitari, presidenti e componenti di commissioni valutative.
Parallelamente gli inquirenti stanno approfondendo un altro filone, quello legislativo che riguarda le procedure per accreditare le strutture private presso il servizio sanitario regionale. Nel 2007, in pochi mesi, la maggioranza di centrosinistra ha approvato tre leggi che hanno modificato radicalmente le regole, dando sostanzialmente mano libera all’assessorato per le convenzioni. In particolare, la legge regionale 40 del 31 dicembre 2007 bloccava i nuovi accreditamenti lasciando però autonomia alla giunta di riaprirli per qualsiasi motivo. Pochi mesi prima, tra settembre e novembre, due centri di riabilitazione (entrambi ora sotto inchiesta) avevano ottenuto la convenzione regionale. Uno di essi, a San Giovanni Rotondo, farebbe capo al genero di un alto dirigente dell’assessorato alla Sanità preposto proprio a valutare gli standard qualitativi delle cliniche. Iscritta al registro delle imprese soltanto nel 2006, in poco più di un anno quella struttura è arrivata a fatturare 893mila euro con un utile di 183mila.
Sono cinque le strutture di riabilitazione sulle quali sono in corso verifiche: a Lecce, Polignano, Adelfia, Conversano e appunto San Giovanni Rotondo. Visure camerali e controlli sugli assetti societari disposti dalla procura mirano a stabilire se le società di gestione non siano riconducibili a soci occulti, in particolare a politici locali e nazionali del centrosinistra.
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