Roberto Fabbri
Avere ventanni ed essere molto bella è certamente un vantaggio, ma in circostanze particolari può anche essere un ostacolo. Voler sfondare nel mondo della musica pop è un obiettivo molto ambizioso, e solitamente portare un nome famoso può essere daiuto: ma non sempre. Avere il passaporto americano e vivere a Manhattan è un ottimo punto di partenza per una carriera nel mondo dello spettacolo, ma non per tutti. Wafah, unaffascinante ragazza bruna di origine saudita, ha tutti questi problemi insieme, perché è la nipote di Osama bin Laden.
Figlia di uno dei cinquantatré (avete letto bene: cinquantatré) fratelli dello sceicco del terrore islamico, ha vissuto da bambina una condizione schizofrenica. Suo padre è Yeslam bin Laden, un uomo daffari trapiantato in Svizzera; sua madre, Carmen Dufour, è diventata relativamente celebre per aver scritto un libro («Il velo strappato») nel quale raccontava i nove anni più lunghi della sua vita, quelli durante i quali, europea, ha fatto parte del clan Bin Laden. Wafah, come le sue sorelline, passava dai lussi in stile occidentale sul lago di Ginevra (sci dacqua ed equitazione, beninteso vestendo alleuropea) alla reclusione di fatto nelle gabbie dorate per sole donne che sono i palazzi della famiglia Bin Laden nellArabia maniacalmente puritana. La signora Dufour raccontava nel suo libro dei suoi abiti firmati inesorabilmente abbinati al chador e della decisione di separarsi da suo marito per salvare le figlie dalle ossessioni dei musulmani più intransigenti del mondo.
Così è stato. E Wafah, oggi ventenne e bellissima, vive a Manhattan, a due passi dal luogo dove sorgevano le Torri che suo zio fece distruggere l11 settembre 2001. Non parla larabo, non ha mai conosciuto linquietante Osama, ma lombra di lui la perseguita. «Sono americana e voglio vivere qui - dice con decisione - ma non è cosa facile. Gli occidentali ce lhanno con me per il cognome di mio padre, ma anche gli arabi mi detestano perché ho fatto miei i valori dellOccidente».
A poco vale laver scelto, per cercare il successo nel mondo dello spettacolo, di portare il cognome della mamma: anche se si presenta come Dufour, per tutti lei resta Wafah bin Laden e si ritrova addosso una curiosità morbosa e pressioni indesiderate. Qualche sera fa il conduttore di uno show televisivo americano è arrivato a chiederle se lei (che è laureata in legge), nei panni di un giurato in tribunale voterebbe per la condanna a morte di suo zio Osama. Wafah ha risposto di sì, poi è scoppiata in lacrime.
Americana di cittadinanza ma di fatto senza patria («non mi sento di appartenere ad alcun luogo»), ha comunque idee ben chiare, che a quel famoso zio farebbero drizzare i capelli sotto il turbante: «È triste che le donne non abbiano voce in capitolo in Arabia Saudita e debbano starsene tappate in casa», ha detto recentemente. Sa bene, anche se vorrebbe evitarlo, di essere un simbolo di emancipazione per le giovani donne arabe e che questo la mette potenzialmente in pericolo: sua madre, e non solo lei, teme che possa diventare bersaglio dei fondamentalisti islamici.
Lei reagisce orgogliosamente. «Non è facile essere la Bin Laden sexy, ma non posso vivere nella paura», afferma. E rilancia.
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